Roberto Baggio e la Juve, tra cancel culture e verità storica

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Di Adriano Scianca

La storia di Roberto Baggio alla Juve rappresenta il più clamoroso caso di cancel culture della storia italiana. Si scherza, ma neanche tanto. Prendiamo il murale dedicato al fuoriclasse di Caldogno spuntato recentemente sui Navigli di Milano. Baggio vi è ritratto in quattro pose: un primo piano, due immagini con la maglia azzurra in cui il giocatore è visto da dietro, e un’istantanea di lui con il Pallone d’oro. In quest’ultima immagine, Baggio ha la maglia bianca. Che l’abbia vinto da giocatore del Real Madrid, quel premio? Per carità, la scelta di puntare tutto sulla tonalità dell’azzurro ha un senso, serve a rendere l’idea di un campione che appartiene a tutti, un monumento nazionale. Resta il fatto che quell’immagine replica semplicemente lo scatto ufficiale dell’allora numero 10 della Juventus con l’ambito premio internazionale, solo senza le strisce nere sulla maglia.

Anche nella recente serie Netflix, Il Divin Codino, la Juve è di fatto sbianchettata dalla sceneggiatura, come se fosse una parentesi trascurabile nella carriera del trequartista veneto. Ma, più in generale, è invalsa nell’immaginario collettivo l’idea che Roberto Baggio sia stato anche e soprattutto un calciatore del Brescia. Un simpatico, immenso campione che ha illuminato per lo più una piazza di provincia, alla corte di un allenatore campione di umanità. Numeri alla mano, una vera e propria falsificazione storica. Nelle sue squadre di club, Baggio ha totalizzato 643 presenze e 291 reti. Ecco come sono ripartite: al Vicenza, Baggio ha totalizzato 47 presenze e 16 reti, cioè il 7,31% delle sue presenze totali e il 5,50% delle sue reti totali, per una media di una rete ogni 2,93 partite; score alla Fiorentina: 136 presenze (il 21,15%) e 55 segnature (il 18,90%), ovvero una rete ogni 2,47 partite; in maglia bianconera ha giocato 200 volte (31,10%) e fatto gol 115 volte (39,52%), realizzando una rete ogni 1,73 match; al Milan ha totalizzato 67 presenze (10,42%) e trovato la rete 19 volte (6,53%), quindi ha siglato una rete ogni 3,52 partite; al Bologna ha giocato 33 partite (5,13%), segnando 23 gol (7,90%), andando quindi in rete una volta ogni 1,43 match; nell’Inter ha 59 presenze (9,18%) e 17 gol (5,84%), con un gol ogni 3,47 partite; al Brescia, infine, ha giocato 101 volte (15,71%), andando in gol 46 volte (15,81%), segnando una marcatura ogni 2,19 partite.

Come si vede, la parabola juventina di Baggio è quella in cui ha giocato di più e segnato di più in termini assoluti, con una media gol impressionante (il rapporto tra match e reti segnate sarà superiore, di poco, solo al Bologna, dove tuttavia Roberto militerà per una sola stagione). Baggio è anche il nono marcatore della storia juventina, davanti a nomi leggendari della nostra epopea come John Charles, Michel Platini, Filippo Inzaghi, Fabrizio Ravanelli e, se dovesse salutarci questa estate, Cristiano Ronaldo. In termini di palmares e di capacità di essere decisivo a livello nazionale e internazionale, i dati sono ancora più eloquenti: con la Juve, Baggio ha messo in bacheca uno scudetto, una coppa Uefa, una coppa Italia e, a titolo individuale, un Pallone d’oro. Se si esclude uno scudetto vinto con il Milan, praticamente ogni traccia tangibile lasciata da Baggio nella storia del calcio è avvenuta con la maglia bianconera.

E va anche ricordato che il Baggio del ’94 che praticamente da solo porta l’Italia in finale negli Usa e diventa un’icona globale è (sia pur già con diversi mal di pancia) un calciatore della Juventus. Espungere la Juve dalla carriera di Baggio significa compiere un’operazione di pura e semplice falsificazione della storia del calcio. Così come, è ovvio, non si può raccontare il vero Baggio senza parlare di quanto la sua relazione con i colori bianconeri sia stata complicata: il trasferimento non voluto e contestato dai tifosi viola, il rigore non tirato a Firenze e la sciarpa della ex squadra raccolta uscendo dal campo, le frizioni con la società, il dualismo con Del Piero, etc. A molti piacque e piace ancora pensare che si trattò di un intimo rifiuto dettato da anticonformismo e libertà di spirito rispetto alla squadra dei “padroni”. Con gli anni successivi avremmo scoperto che la medesima insofferenza avrebbe in realtà accompagnato Baggio ovunque, portandolo a incomprensioni e liti con Trapattoni, Capello, Lippi, Ancelotti e Sacchi, praticamente il meglio mai espresso dalle panchine italiane, fino a trovare la pace solo a Brescia, dopo aver abbassato pesantemente l’asticella.

L’indagine sulle ragioni di questa eterna incompiutezza da parte di quello che è probabilmente il calciatore italiano più talentuoso di sempre le lasciamo ai biografi. O, almeno, a coloro che avranno voglia di affrontare questa incredibile parabola calcistica senza la volontà di produrre un santino consolatorio e partendo da un dato storico innegabile: Roberto Baggio è stato un fuoriclasse della Juve, soprattutto della Juve, con un palmares personale e di squadra quasi interamente segnato di bianconero. Così è, con buona pace dei santini.


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