Quando rivoluzione fa rima con ossessione

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Di Riccardo Molesti

Ho letto l’articolo di Massimiliano Tavella, “Credere nella rivoluzione Juve”, https://www.juventibus.com/credere-rivoluzione-juve/ e l’ho trovato sano, ponderato, equilibrato, ben motivato. Concordo con lui quando scrive che 9 scudetti consecutivi hanno creato una sorta di assuefazione alla vittoria del tricolore tale da far assumere ad un inizio stentato i contorni della tragedia sportiva, mentre non lo è. Tragedia non sarebbe nemmeno non vincere il campionato in questa stagione. Bene, non è il mio caso, comunque. Mi sono goduto, succhiellato, ho apprezzato ogni tricolore ed ho esultato in modo sfrenato al primo così come al nono, così come per ogni scudetto che ho visto vincere alla mia Juventus, in passato. Premesso tutto questo l’articolo merita commenti e considerazioni.

Perché? Perché due anni fa è stata intrapresa una strada diversa che l’autore dell’articolo non esita a definire “rivoluzione”?

Eravamo già al top, stra-dominanti in Italia e competitivi ai massimi livelli in Europa. Le “rivoluzioni” si scatenano quando le cose non vanno bene, quando necessita uno strappo col passato, un cambiamento di rotta drastico. Ma non era la situazione della Juve. Avevamo scavato un gap con le altre italiane per loro difficile da colmare in breve tempo ed avevamo avvicinato, quasi raggiunte, le c.d. “corazzate d’Europa”. E ci siamo giocati, temo, al contrario di quanto pensa Massimiliano (se stai leggendo…tra tifosi…non ci conosciamo…ci diamo del tu, ok?) tutto il vantaggio accumulato.

Perché?

Massimiliano sostiene per “cercare una Juve sempre più grande e più forte”. Lo eravamo già, grandi e forti, la strada intrapresa con la presidenza Agnelli era quella giusta e i risultati lo dimostravano. C’era solo da CONTINUARE. Continuare non significa immobilismo. Una delle scelte più coraggiose fu quando, nella sessione estiva del mercato 2015, la squadra, peraltro reduce dalla finale di Berlino, venne, guarda un po’, “rivoluzionata”. Anche in quella stagione l’inizio fu stentato, ma eravamo tutti molto più tranquilli di adesso. Progredire, rinnovare, ringiovanire l’organico prima che “ ti invecchi in mano”, senza perdere la dimensione della strada tracciata. Conservare quel che merita essere conservato. La parte tecnica del calcio non richiede programmazione nel tempo , i piani pluriennali non funzionano.

Altra cosa ovviamente l’aspetto organizzativo del club, del quale giustamente Massimiliano mette in risalto l’efficienza. Ma per quanto riguarda la parte tecnica c’è solo una cosa che conta: vincere la prossima partita, vincere il prossimo campionato, vincere la prossima…champions…e “regalare” un paio di campionati così come ipotizzato, non è un investimento per il futuro, bensì significa consolidare le avversarie, perché vincere regala certezze, entusiasmo, consapevolezza dei propri mezzi.

Ed a proposito di Champions, la mia sensazione, e niente più di una sensazione, è che l’ossessione per la coppa delle grandi orecchie abbia fatto deviare. Ma fin quando l’ossessione è dei tifosi, comprensibile, ma se pure i dirigenti ne vengono assaliti la cosa si fa preoccupante. Le ossessioni allontanano dall’obiettivo, non lo avvicinano. Fino alla fine, ed oltre, forza JUVENTUS!


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