Studio della rivalità tra Fiorentina e Juve

di Juventibus |

Una delle domande che il tifoso juventino medio si pone più spesso, soprattutto in epoca recente, è quella riguardante la strana e dilagante tendenza delle altre tifoserie italiane a considerare la sua squadra del cuore come “rivale storica”, o comunque ad approcciare sistematicamente alla partita contro la Juventus definendola “big match” o “La partita dell’anno” contro la “nemica giurata”.

Varie manifestazioni di affetto e simpatia insomma, che ovviamente le recenti stagioni di vittorie ripetute non hanno fatto altro che esacerbare trasformando quindi, nella quasi totalità dei casi, la partita della squadra X che affronta la Juve nell’incontro di cartello del programma domenicale, e se i conti tornano in maniera veloce quando la partita in questione è quella che contrappone la Vecchia signora a Milan o Inter, o al più quando va in scena il derby di Torino, è plausibile che il tifoso medio bianconero si senta disorientato nel sentire la propria squadra definita “rivale storica” di Napoli, Bologna, Roma, Fiorentina, persino Verona, società in alcuni casi con militanza di lungo corso ma comunque prive di un palmares che renda proponibili tali definizioni.
Se poi si dovesse addirittura stilare un’ipotetica classifica dell’antipatia per la Juve (edulcoriamo i termini, nell’auspicio che a quello del lessico possa corrispondere presto anche un riscontro reale)

di sicuro nelle primissime posizioni troveremmo i tifosi della Fiorentina, e nella settimana che porta proprio alla sfida del Franchi, proviamo a capire quali eventi possano aver scatenato questa onda emotiva antijuventina in un popolo solitamente noto per l’ironia e la leggerezza con cui affronta la quotidianità.

Tecnicamente, secondo i meglio informati, il “casus belli” risale addirittura ad inizio del ventesimo secolo, quando nel 1928 va in scena la prima edizione di un campionato italiano somigliante a quello moderno, e la Fiorentina è l’ultima squadra ad essere invitata a prenderne parte con una rosa decisamente rattoppata e improvvisata i cui limiti si palesano proprio nello scontro diretto contro la Juventus che demolisce i toscani con un eloquente 11-0, risultato che, a quanto pare, segna l’inizio della funesta ira viola nei nostri riguardi.
In realtà, se da un lato i racconti di chi ha vissuto direttamente il calcio anni 50-60 ci parlano di rapporti assai cordiali di collaborazione tra le due società e tutto sommato sereni anche tra le tifoserie, la storia dice che è l’anno del mitico “mundial” di Spagna a rendere la frattura definitiva.

I viola hanno raggiunto stabilmente le posizioni alte del campionato italiano e, seppur privati a metà stagione dell’uomo simbolo Giancarlo Antognoni, riescono ad arrivare all’ultima giornata in testa alla classifica appaiati proprio alla Juventus, dopo un avvincente testa a testa durato tutto il campionato con analogie sinistramente richiamanti la stagione in corso .
Quel 16 maggio 1982 in cui va in scena l’atto conclusivo del campionato, entrambe le squadre giocano in trasferta, rispettivamente i bianconeri a Catanzaro e i viola a Cagliari: succede che in Calabria il difensore giallorosso Celestini intercetti palesemente con le mani, in area di rigore, un tiro di Fanna, inducendo l’arbitro a fischiare un penalty talmente lampante che nemmeno un’ipotetica moviola in campo gestita e spiegata contemporaneamente da Varriale, Pistocchi e Ziliani avrebbe potuto confutare, rigore che Liam Brady trasforma consegnando lo scudetto alla Juventus e, contemporaneamente, un importante paragrafo al capitolo “professionalità e serietà” della narrativa del calcio italiano, il tutto mentre a Cagliari viene annullato alla Fiorentina un gol di Graziani per un precedente contatto ritenuto falloso a danno del portiere dei sardi, con il match che terminerà poi a reti inviolate.
Quello che accade nei giorni, mesi e, senza esagerazione, anni successivi è molto lontano dalle questioni di campo e vede come protagonista assoluto della crociata anti Juve il regista Franco Zeffirelli che arriverà a definire la Juve “una società costretta a sporcarsi le mani con traffici mafiosi pur di arrivare a vincere” e il suo presidente Boniperti “una persona sgradevole che si presenta in tv e allo stadio masticando noccioline come un gangster mafioso”: questo costerà al Maestro (termine che probabilmente indicizza, tra le altre cose, gli emeriti militanti anti juventini) una causa persa con circa 80 milioni di lire di rimborso danni alla controparte, ma soprattutto resterà nel tempo come prima, stucchevole dimostrazione di come anche un bagaglio personale di grande cultura non possa bastare come deterrente di azioni e dichiarazioni di dubbio livello, per di più se legate a storie di calcio.

La saga si arricchisce di altri due capitoli nel giro di pochi giorni a maggio del 1990, quando le due squadre si contendono la coppa Uefa e nella finale di andata di Torino vinta dalla Juventus 3-1, i viola contestano furiosamente il secondo gol juventino per un presunto fuorigioco, al punto che all’uscita dal campo il difensore Celeste Pin urla in diretta televisiva all’inviato Rai “Ladri!”; appena una settimana dopo, all’indomani della gara di ritorno che con un pari a reti inviolate sancisce la vittoria della Juventus, una storica conferenza stampa di Antonio Caliendo ufficializza il passaggio di Roberto Baggio proprio all’odiata rivale…..apriti cielo!
Nel giro di poche ore l’intero popolo di Firenze rappresentato da ogni classe sociale scende in strada mettendo a ferro e fuoco la città per protestare, e a fine serata, dopo lanci di monetine, pietre, molotov e reiterate cariche di circa 200 agenti di polizia, il bilancio è di undici feriti, ottanta fermi e addirittura nove arresti!

Arrivando lentamente ai giorni nostri si trovano strada facendo anche episodi più folkloristici e decisamente meno violenti, come le centinaia di parrucche indossate dai tifosi toscani per prendere in giro il trapianto di capelli di Antonio Conte, nella sera in cui quella buffa trovata resterà per i fiorentini l’unico motivo per ridere un po’ e lenire i lividi dei cinque schiaffoni con cui la loro squadra viene demolita dai bianconeri.
Ci sarebbero anche le numerose interviste, seconde in quantità solo alle care e adorabili uscite cadenzate di Cassano e Simoni, in cui i vari Aldo Agroppi, Marco Masini, Carlo Conti e persino Roberto Benigni non perdono mai occasione di fare ironia (spesso puerile e becera) sulla Juventus, a ulteriore riprova del fatto che certi “sentimenti” prescindono dalla cultura o dalla posizione sociale ricoperta da coloro che li esternano.

Giunti alla fine di questa narrazione, avrete sicuramente notato che in tutti gli episodi citati il ruolo di protagonista di proteste, lamentele e sommosse varie é sempre stato regolarmente interpretato dalla stessa delle due fazioni, quasi come se rivalità, antipatia e pensieri di ogni tipo, fossero esclusivamente univoci, con percorso di sola andata, mentre dall’altro lato prevale in taluni casi una sensazione di indifferenza , in altri un misto tra compassione e disappunto.
La verità é che siamo destinati a continuare questo viaggio incredibile, e ancora una volta ci troveremo a dire “Stavolta le ho viste proprio tutte, peggio di così è impossibile!”, sapendo perfettamente che sarà solo questione di pazienza per aspettare un nuovo episodio di questa serie così dannatamente cult.

Nevio Capella.