Il ritorno al San Paolo del 1989: scrivere la storia senza cancellarla

Erano passati dieci anni dalla mia “prima” al San Paolo, in una finale di coppa Italia contro il Palermo, e mi ero sempre rifiutato di vedere dal vivo la Juve a Napoli. Sapevo bene che non sarei stato in grado di “mimetizzare” la mia passione, far finta di niente, sia in caso di vittoria, sia, soprattutto, in caso di sconfitta. In mezzo c’era stato il regno di Michel, era iniziato da poco quello di Diego. Un passaggio di mano le cui avvisaglie si erano viste alla nona di andata di qualche anno prima, la Juve che sbatte contro una punizione a due in area dell’argentino, dopo otto vittorie consecutive iniziali, ma sarebbe stato lo scudetto di Roma – Lecce, il più bello, per chi c’era, prima di quello del 5 maggio.
Quella volta, però, mi ero fatto convincere. Era una partita particolare, un quarto di finale di Coppa Uefa, amici dell’università che da settimane facevano di tutto per portarmici, ma, soprattutto, avevo accettato perché sapevo di avere una sorta di “cuscino”. Era stato 2-0 all’andata, a Torino, anche una sconfitta sarebbe stata sopportata, se portava alla qualificazione…
E così, marzo 1989, in Curva A.
Attorno a me gente, tanta gente, tutta convinta della possibilità di passare il turno. E io che mi guardavo attorno e maledicevo me stesso e il momento in cui mi ero fatto convincere. E nel guardarmi attorno provavo a capire chi, in quel momento, stava vivendo la mia stessa situazione. Un giochetto che avrei fatto tante altre volte, in futuro: come un detective, capire chi, in mezzo al delirio azzurro avesse un cuore che, in incognito, batteva diversamente…
Panino, lettura delle formazioni, un brivido a quella nostra, davvero poca roba, pensavo. Erano anni duri, col ricordo di quello che era stato l’inizio degli anni ottanta e la speranza che, presto, sarebbe potuto tornare. Erano gli anni di Tacconi, di una difesa con Bruno e De Agostini, e c’era ancora Brio, Mauro e Marocchi, non ancora seduti su una poltroncina di Sky a pontificare, in attacco Barros, i fantasmi di Altobelli e Laudrup, uno che aveva visto da vicino il sole Michel e ci aveva vinto una coppa Intercontinentale con un suo gol pazzesco qualche anno prima.
Ma, soprattutto, c’era il 2-0 dell’andata a confortarmi.
Pronti, via, è un delirio, il Napoli parte fortissimo, sembra proprio una di quelle serate in cui si fa la storia, pensavo tra me e me. E pensavo anche: chi me lo ha fatto fare.
E mentre pensavo questo, improvvisamente, Barros, l’unico in campo più basso di Diego, si inventa un assist per il danese col n° 11. Controllo sbagliato di un difensore del Napoli e gol. Giuliani trafitto, intorno a me il silenzio, ma di quelli che si possono toccare, di quelli che hanno peso e corpo.
Io solo, forse, mi ero accorto che c’era un uomo con la bandierina alzata. E se un uomo con la bandierina alzata di mestiere fa il guardalinee vuol dire che quel gol non vale. Fuorigioco.
Peccato, pensavo. Poteva finire qui l’ansia. E pensavo, ancora una volta: chi me lo ha fatto fare. Esultanza o bestemmione, in ordine, a casa avrei potuto sfogarli. Qui, intorno a me, l’ordine è diverso: prima il bestemmione, poi l’esultanza, ma loro, almeno, possono farlo…
Poi. Poi c’è l’epopea, quella che ancora oggi si ricorda. 2-0, tempi supplementari, gol all’ultimo respiro. Stadio impazzito, io in lacrime. Qualcuno intorno pensa che siano per la gioia, io glielo faccio pensare, mi ritrovo una sciarpa azzurra al collo.
Non c’erano ancora telefonini, twitter, e diavolerie simili. Quindi non potevo sapere.
Non potevo sapere che quel gol, quello dei primi 5 minuti, quello che avrebbe costretto il Napoli a farne 4 di gol, quello che, in ogni caso mi avrebbe risparmiato lo strazio dei supplementari, quello che quasi certamente avrebbe qualificato la Juve, quello che quasi certamente avrebbe eliminato il Napoli, quello che quasi certamente non avrebbe permesso al Napoli di vincere la sua prima e unica Coppa europea, insomma, quel gol di Laudrup era regolare.
Sì, anche senza le tecnologie di oggi, anche guardarlo in tv, quella col commento di Giorgio Martino, quel gol era evidentemente regolare. Senza le linee posticce delle televisioni, senza la possibilità di parlare per mesi se fossero diritte o storte, senza che a nessuno potesse venire in mente di metterlo sullo sfondo del telefonino, senza titoloni sui giornali del giorno dopo, o trasmissioni infinite della notte stessa. Quel gol era regolare. E quel gol avrebbe quasi certamente cambiato la storia, l’epopea.
Perché bisogna anche saperla scrivere la storia, senza cancellature.
Oggi, nessuno di quelli che raccontano quella storia fa un accenno a quel gol che poteva cambiarla del tutto. Nessuno ricorda che c’è stato Renica perché, centodieci minuti prima non c’era stato Laudrup. Basterebbe un accenno, anche piccolo, giusto per far pace con la propria coscienza. E pensare cosa sarebbe stato se fosse accaduto al contrario, quale epicità avrebbe raggiunto quel gol annullato, roba che anche Iuliano contro Ronaldo di nove anni dopo sarebbe sembrata cosa da dilettanti.
Eppure.
Eppure, oggi, a quasi trent’anni di distanza, l’immagine che mi è rimasta negli occhi è proprio quella che avevo visto dallo stadio: il danesino che torna verso il centrocampo, senza farsi prendere dall’isteria, senza nessuno che accerchi l’arbitro provando a fargli cambiare idea.
Non cercare scuse, non tramandare ai posteri i presunti torti ma le vittorie e i trionfi. È questo che fa la storia di una squadra, non una notte da esaltare per anni, dimenticando quel piccolo particolare senza il quale non sarebbe mai esistita.

di Francesco Alessandrella