Il ritorno di Leonardo Bonucci: Sì o No?

di Juventibus |

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Sì, lo so, sarebbe bello se il calcio fosse ancora un ambiente romantico dove poter adorare l’attaccamento alla maglia e ripudiare chi la tradisce. Ma questo è un lusso, mentre il calcio oggi è business e le vittorie sono l’unica cosa che conta: è maggiore la goduria per la vittoria di un torneo (decidete voi quale) rispetto alla delusione di un giocatore-simbolo che ci lascia.

Questo vale anche nel caso in cui il giocatore in questione se ne vada alla chetichella e rilasci immediatamente dichiarazioni arroganti; non parliamo poi dell’eventualità in cui sia lui a segnare nel nostro stadio, con il più classico dei gol dell’ex e tanto di esultanza. Imperdonabile.
O quasi.

Perché dipende dal giocatore, in fin dei conti, sempre avendo a mente che il risultato sportivo è la vera sostanza e nella vita si va avanti a fatti e non a parole.
Pertanto, qualora Bonucci desiderasse tornare, credo che il “perdono” del tifoso sia la più grande dimostrazione di forza e di senso pratico, di mentalità vincente, che guarda ai prossimi traguardi anziché restare impantanato in un ingenuo senso di superiorità o di permalosità (come accade in altre piazze più a Sud).

Stiamo parlando ancora di uno dei migliori centrali di difesa in circolazione e sappiamo quanto sia in totale sintonia con l’attuale reparto difensivo.
Perché il punto è poi questo: abbiamo tanti esempi di giocatori ideali in un contesto e immediatamente ridimensionati appena ne escono (sarà pur prematuro parlarne, ma Buffon così sta attualmente dimostrando nelle prime uscite estive con il PSG).

Posto che non ci sarebbero equilibri da spostare, perché siamo già saldamente al comando di tutto, l’innesto di Bonucci renderebbe (sulla carta) la difesa nuovamente imponente e non ci sarebbe bisogno di ricorrere ad un Godin e ai suoi tempi di adattamento.
Avremmo nuovamente chi imposta dal basso con laser-pass di 40 metri, chi anticipa di punta la testa di un attaccante come Higuain (nel caso in cui si realizzasse l’arrocco in sponda rossonera), uno dei migliori negli anticipi nel breve e nuovamente un leader dello spogliatoio. Non mi pare ci siano altri difensori in grado di pareggiare un repertorio così vasto.

Persino i presunti screzi con Allegri cadrebbero nell’oblio, perché stiamo parlando di professionisti: se sono loro i primi a solidarizzare in vista di un obiettivo comune, perché mai dovrebbe dare fastidio a noi? Specie considerando i probabili effetti positivi di questo ritorno.
Si dice che si debba sempre risolvere i sospesi del passato, prima di guardare avanti, sennò si diventa strabici: direi che con Bonucci la questione si è abbondantemente chiusa e non può essere dimenticato quanto è stato fatto, la vicinanza dimostratagli a livello umano per le sue questioni familiari, la sua presenza in curva, la crescita che la Juventus gli ha consentito di compiere a livello tecnico e tattico negli anni, dopo gli esordi infelici post Bari e le tante vittorie che ci siamo regalati a vicenda. È forse uno di quei casi in cui, come disse Lippi al suo ritorno, “dipende dalla qualità della minestra”.

di Vittorio Aversano

 


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Sono sette i campionati e sei le Coppe/Supercoppe. Stiamo parlando di chi ha fatto la storia della Juventus e non è soltanto parte di questa.
L’indiscussa leadership, acquisita dopo un malagevole percorso: la crisi del principio, il rodaggio moderato, l’assestamento con garanzie, l’affermazione e l’autorità.

Qualsiasi incipit di un’opinione su Leonardo Bonucci deve partire da questa base: è uno dei migliori difensori dell’ultimo decennio. Andando oltre la semplice posizione in campo, è un insieme di più specie e la nozione può essere ben divulgata da tale Pep Guardiola.
Per astenersi dal decantarlo, insomma, la condizione necessaria è trattare la materia extra-campo.

L’esempio infelice è la lenta eppure rumorosa discordia dipendente-azienda tra l’inverno e l’estate di un anno fa. Il ragazzo ha di fatto dato ragione a Giuseppe Marotta, che diceva sarebbe rimasto in Italia; soprattutto, però, non ha soddisfatto Massimiliano Allegri, che lo antivedeva capo dello spogliatoio dopo il distacco da Gianluigi Buffon.

La storia che fu e che non è stata.
L’omofonia odierna è questa: Bonucci ha commesso degli errori nell’ultimo segmento di permanenza alla Juve e dopo, scegliendo la destinazione Milano e soprattutto quel (questo) Milan. Possiamo dirlo a voce alta perché lui stesso, senza dichiararlo, lo confessa tra le righe delle non poche dichiarazioni rilasciate sul tema.

Leonardo era consapevole di abbandonare uno stadio alto per giungere a uno stadio medio; non dissimulava le diversità, benché gli desse noia e fastidio legittimarle. I disagi sono stati ammortizzati, in tutta onestà, dall’ingaggio top of the tops e dalla fascia di capitano in nome del curriculum vitae.
Sarebbe stato un duro colpo se la Juventus avesse vinto la Champions League, frase che dovrei virgolettare perché non è un’opinione personale; a pensare bene è il convincimento ostentato di meritare da tempo quel trofeo, a pensare male…

Detto tutto questo, non ho detto quel che poi tutto è (stato): “Non me la sento di tornare a lavorare con Allegri”.
L’allenatore della Juventus non è cambiato e Bonucci a Torino sarebbe un’inversione di marcia: la formalità di aver sbagliato strada e il “ricalcolo” del navigatore.
Fuori il dente, fuori il dolore. Il nostro Football Club è sempre stato lucido e congruo, con il No distrigante a prevalere sul Sì intrigante.

Chiudo con la domanda-lezione bianconera di Medhi Benatia: “Secondo voi i dirigenti hanno lasciato partire uno bravo come Bonucci se pensavano di andare in difficoltà?”.

di Giacomo Scutiero