Ripartire da Juve è il nostro nuovo obiettivo

di Fabio Giambò |

Nella mia vita da tifoso juventino, che ci mette sempre e comunque la faccia per come sono stato educato da bambino, spesso e volentieri mi è stato detto che ho fatto una scelta banale, come a seguire una specie di moda. Spiegare una passione non ha senso alcuno, che poi basterebbero due considerazioni molto banali per spegnere certe baggianate, ma a lavare la testa all’asino si perde acqua e sapone.

Quanto sopra è un’utile premessa per spiegare banalmente quello stato di frustrazione che da mesi mi accompagna, e che nelle ultime settimane è diventato insopportabile: “voi juventini siete arroganti, non è che si può vincere sempre”, dice chi ci odia, “la Juve si tifa anche quando perde, ci può stare dopo 9 scudetti di fila”, dice lo juventino superficiale (o aziendalista rende meglio l’idea?). Ci mancherebbe che non esistessero i passaggi a vuoto, quello che dà fastidio è la mancanza di dignità calcistica di alcune situazioni clamorosamente evidenti che ancora qualcuno prova testardamente a minimizzare, e che hanno portato al terremoto calcistico che si sta vivendo in questi giorni.

Il DOVUTO addio ad Allegri è stato gestito “ad minchiam” da una dirigenza che ha peccato di vanità, poco coraggiosa, eccessivamente euforica, e che ha commesso errori di valutazione tanto grandi quanto le cose belle fatte precedentemente. Inutile fare l’elenco oggi, dai soldi buttati in acquisti scellerati all’incapacità di vendere le zavorre, ci passano tante situazioni critiche con in testa quella più pericolosa di tutte: aver affidato la squadra prima ad uno che alla Juve c’entra come la nutella sulle lasagne (Maurizio Sarri), poi ad un altro che in campo icantava, ma che oggi non sa cosa significhi guidare tecnicamente la squadra al di là della barricata (Andrea Pirlo).

Due anni che hanno azzerato lo strapotere in patria (senza pandemia, non si vinceva neanche lo scorso scudetto: parere soggettivo, ma ho la presunzione di credere che sia un pensiero non tanto folle), e che hanno reso imbarazzante il divario con le big europee con le quali invece si era riusciti ad andare a banchettare insieme con pieno merito a margine di un cammino esaltante nonostante le finali perse o le eliminazioni con Bayern Monaco ed Ajax. L’essere stati facili profeti in tempi non sospetti fa ancora più male, per quanto la realtà non è sicuramente football manager, ma oggi è arrivato il momento di tornare ad essere uomini: c’è un rettilineo finale da percorrere, e va percorso mettendosi alle spalle almeno 16 squadre. Non è ammissibile un risultato differente, perché in caso contrario è inimmaginabile quello che potrebbe succedere dal punto di vista economico, e di conseguenza sportivo, qualcosa che potrebbe far rimpiangere il post-Calciopoli o le ere Ferrara, Zaccheroni, Delneri.

Centrato questo obiettivo minimo ci sarà da operare con umiltà, intelligenza, sincerità, e tante idee si spera vincenti: facile pensare ad una rivoluzione, complicato che accada considerando il momento storico globale.
Ripartire da Juve, però, è un dovere morale: ci proviamo tutti insieme?


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