Bologna-Juve: ripartire dai fondamentali per il risultato storico

di Riceviamo e Pubblichiamo |

di Marco Tarantino

Ho uno stragobbo amico edicolante, Nicola, cui chiedo ogni turno, non solo per scaramanzia, il pronostico. Ci prende spesso, è sempre ottimista, in qualche caso spara vaticinii di goleade che invece vengono disattesi. Però quando il match è febbrile, delicato, necessario, asciuga il volto, cancella il sorriso e sentenzia: risultato storico, vinciamo uno a zero. Fine degli scherzi. Inizio e fine della storia.

Mi piace l’uno a zero, ripeteva spesso Allegri, un tecnico (rivelatosi) formidabile per cui non impazzivo e il cui saluto non rimpiango (i perdenti rimpiangono: la Juve non rientra nella categoria): i cicli sgocciolano, tutto finisce e non solo nel calcio. Argomentava, lui (ex) pedatore diez molto più sregolato che logico, che se la partita la vinci così vuol dire che sei stato quadrato, hai sofferto, hai tenuto la testa fuori dall’acqua, alla fine sei stato più forte delle onde e questo ti prepara per il mare seguente. Curioso, ma alla fine: si nasce incendiari e si muore pompieri, no?

Se Zidane, che è Zidane, cioè il più forte di tutti (ascoltate Lippi, mica me), da tecnico realizza la riscossa Real first of all ripescando Casemiro, significa che dal concetto di bello, in trincea, puoi prescindere, anche contro la tua stessa indole; dal concetto di utile, no. Un altro amico caro, plurimedagliato coach di basket, mi spiegò: se vinci di uno una volta, beh, è capitato. Se invece succede due o cinque, anche con più croci che delizie, io nello spogliatoio ai miei faccio un mazzo così per tutto ciò che non mi è piaciuto; ma so pure che non è stata una vittoria rubata né casuale, perché certamente abbiamo fatto almeno mezza cosa in più degli avversari.
Scrisse Rod Laver, che non ha bisogno di biografia: quando tutto ti va in vacca per un motivo o per l’altro, quando non ti riesce più niente e tutti ce l’hanno con te, quando ti ritrovi col culo per terra e credi che l’alternativa sia piangere o ritirarti, allora: ricomincia dai fondamentali. Diritto, rovescio. Rimettiti lì. Ore. Ore. Ricomincia dai fondamentali.

Se puoi essere bello e preferisci essere brutto, per il compleanno bisogna regalarti il dottor Freud. Se ti credi bello e invece sei un cesso, per l’onomastico bisogna regalarti uno specchio. Se ti frana il mondo addosso e il concetto di bello, nella vita precedente, non ricordi più con quante elle si scrivesse, allora non ti resta che scegliere tra la vita e la morte. Il vituperato Allegri scelse la vita, nell’autunno del ’15. In estate gli avevano portato dieci nuovi, mica due o tre. Subito problemi fisici per Marchisio, Khedira non pervenuto (una notizia), Padoin regista (due notizie), dodici punti in dieci gare, pari interno col Frosinone, botta desolante dal Sassuolo, parte destra della classifica e gioia erotica di massa, quella del diffuso sentimento popolare. Disse l’Acciuga: ok, adesso comincio a divertirmi. Disse esattamente così. E ripropose la difesa a tre, la BBC.

Non è un invito, sia chiaro. Non è una soluzione tattica agli odierni tempi cupi. Non c’è un anti né un pro. Solo un riassunto cronistico. Più semplicemente ancora, fenomenologia di Rod Laver.
Allegri si riaffidò a un modulo che detestava. Quello serviva, in quel fortunale. Capì.
Si adattò. Ciò che fa un (grande) professionista, e non è questione di sarrismo, sacchismo, italianismo, brerismo, guerra di questo e salvezza di quello.
Allegri ricominciò dai fondamentali.
Il Risultato Storico lo premiò. La lettura lo premiò: 25 W su 26. Da matti. Da alieni.
Se qualcuno obietta che sono solo cazzate letterarie, e che la Storia vale virgola, pazienza.

Non sarebbe decollata la striscia senza alcuni uno a zero da ulcera duodenale: fotocopie di Dybala a Milan e Roma, impiombando Donnarumma e Tek di collo sul primo e incrociando sul secondo, due partite tremende da tre striminzite palle gol (contro ovo, però); uno a zero (Zaza), nel ritorno, al meraviglioso, paradisiaco Napoli sarriano, che in tutta la gara costruì mezzo cross e su quel cross mai giunto (scarpa di Bonucci) costruì mezza Divina Commedia. Uno a zero nei sensi, nelle ambasce e nelle vene: il compagno di strada, il fratello di Storia. Uno a zero è l’ago e il filo con cui a Catanzaro ci cucimmo lo scudo sul petto, nell’82. Uno a zero era stato lo score con cui avevamo fatto altrettanto il 24 maggio dell’anno prima, battendo la Fiorentina anche grazie a una parata di Zoff talmente illegale da indurre Ezio De Cesari, sul CorSport, a dargli 10. Con l’uno a zero schienammo il Milan, nel 2005, Ibra squalificato e clima da guerra calda, forbice di Del Piero e testa di Trezeguet. Uno a zero finì lo Juve-Inter del ’98 che tanto piace, tutt’oggi, all’avvolgente carta rosa.

E uno a zero, guardacaso, vincemmo a Bologna sedici mesi fa. Un crocevia? Il (solito) Fato Burlone di Pirandello? Era il 24 febbraio, quattro giorni prima l’Atletico ce le aveva suonate al ‘Wanda’, la depressione gobba era totale e l’acuto Padovan avrebbe deliberato: la Juve è morta. Al ‘Dall’Ara’ giocammo la più stitica partita di tutti i tempi, ma nessuno tirò indietro la gamba e quando Dybala, ancora Dybala, sempre (speriamo) Dybala, dentro da otto minuti, al 67’ mise in porta l’unica episodica palla gol dei 95’, decidemmo che nessuno ci avrebbe schiodato da lì e che da lì saremmo ripartiti.
Per molti dannunziani ufficialmente juventini fu la certificazione che vincere così non ha senso, che Padovan aveva ragione, che era meglio smettere di guardare la Juve e aspettare Televideo, che Allegri era peggio della grandine, che con lui non avevamo e non avremmo mai intrapreso la via del gioco: eravamo troppo avari, utilitaristici, calcolatori. In una parola, brutti.

Sir Edmund Burke, in un trattato sull’estetica che nel 1757 fece parecchio casino, sosteneva che, a parità di condizioni, sarà sempre il piacere negativo a prevalere su quello positivo, cioè a raggiungere la sublimità rispetto al bello. Noi che odiamo sempre più il calcio, e adoriamo (sempre più) la Juve, quando al ‘Dall’Ara’ Perin deviò sul palo il destro a giro di Sansone e un secondo dopo l’arbitro fischiò tre volte, tre come i punti che ci mandavano a più sedici sul Napoli e sigillavano l’ottavo scudo di fila, ci abbracciammo come naufraghi a riva e convenimmo sul fatto che era stata la vittoria più bella di tutti i tempi. Burke aveva dunque ragione quasi su tutto, ma solo quasi: i poeti compongono grazie alla notte e alle lacrime, i calciatori ripartono (sempre) grazie al sole delle vittorie. I tifosi (credevo), anche: se l’amore è amore, e questo non lo ha cantato Venditti ma scritto Sandro Scarpa.
Ancora Bologna, perciò. Sempre un crocevia? Sempre il Fato Burlone? E sempre Dybala, Paulino?
Ragazzi, regalateci una partita, una prestazione anche di merda, meglio se di merda, ma furibonda, ansiosa e applicata che finisce con una W. Possibilmente per uno a zero. Il nostro Amico.
Svuoteremo i pub per la gioia e ricominceremo, ancora, tutti da lì.

Dai fondamentali.