Il rigore di Bonucci e il rigore di Dimarco

di Alex Campanelli |

rigore

Minuto 86′ di Inter – Atalanta. Dopo esser stati sotto per 2-1, i padroni di casa hanno ristabilito la parità con Dzeko e ora hanno addirittura la possibilità di portarsi avanti, grazie al calcio di rigore causato da Demiral. Uscito il rigorista Lautaro, Simone Inzaghi manda a sorpresa sul dischetto Federico Dimarco, classe ’97, cresciuto nel vivaio nerazzurro ma alla prima vera stagione da giocatore dell’Inter, che dagli 11 metri spara sulla traversa.

Dietro alla scelta di Inzaghi c’è una motivazione tecnica: Dimarco è il battitore designato di ogni calcio piazzato offensivo ogni volta che è in campo, è dotato di un mancino fuori dal comune, come ha dimostrato in occasione dello splendido calcio di punizione trasformato contro la Sampdoria. A fine gara, lo stesso Inzaghi spiegherà: “I nostri rigoristi Lautaro e Calhanoglu non erano in campo, avevo Dimarco e Perisic ma Federico l’ho visto più fresco e aveva calciato bene in allenamento. Si meritava il gol perché ha fatto un grandissimo inizio di stagione”.

Non è da sottovalutare, però, la componente psicologica e motivazionale che si nasconde dietro alla designazione di Dimarco. Responsabilizzare così un ragazzo alla prima stagione in una big, mentre in campo ci sono un totem come Dzeko e due bandiere nerazzurre come Brozovic e Perisic (rispettivamente 249 e 211 presenze in nerazzurro), può avere solo risultati positivi sul lungo termine. In caso di gol, si ottiene un giocatore ancor più in fiducia e conscio dei propri mezzi, ma anche nell’errore Dimarco da oggi sarà consapevole di essere un pezzo importante di una squadra che lotta per lo Scudetto, al quale possono essere attribuite grandi responsabilità.

Ecco, mentre attendevo di sapere chi avrebbe battuto il rigore per la Juventus contro la Sampdoria, mi sono sorpreso a pensare a Dimarco. Ho pensato che con Dybala fuori sarebbe stato un bel segnale se Allegri avesse imitato in qualche modo Simone Inzaghi (di certo non il mio allenatore preferito), mandando sul dischetto un ragazzo che potesse giovare di una simile investitura: magari Locatelli, già occasionalmente rigorista a Sassuolo, per renderlo ancor più padrone del gioco della Juventus, oppure Kulusevski, per scuoterlo e magari farlo uscire dal momento difficile che sta attraversando, o anche Chiesa, sfruttando l’onda lunga della prestazione monstre di La Spezia, anche per dimostrargli che le critiche in conferenza stampa sono ormai acqua passata. Alla fine, mi sono detto, tirerà Morata e sarà giusto così, perché ci sono delle gerarchie e perché con la Juve dal dischetto non ha mai deluso.

Quello che assolutamente non mi aspettavo era vedere sul dischetto Leonardo Bonucci, una scelta che non possiede nessuna delle due componenti citate nel valutare il rigore di Dimarco. Non quella tecnica, sia perché pur essendo dotato di un ottimo lancio e di precisione nel gioco corto, la qualità delle conclusioni in porta di Bonucci è inferiore rispetto a quella di tutti i giocatori sopra citati e non solo, sia perché Bonucci era al primo rigore in carriera con squadre di club, e al secondo in assoluto (unico precedente contro Neuer a Euro 2016) tolti quelli calciati nelle serie di rigori a fine gara. Non quella motivazionale, perché a 34 anni e con quasi 450 presenze in bianconero, Bonucci non ha certo bisogno di riaffermare la propria autorità nella Juve né tantomeno di dimostrare niente a nessuno.

C’è chi potrebbe obiettare che per certe occasioni, per momenti così delicati, serve l’esperienza dei senatori, di quelli che devono mostrare la via ai più giovani e a chi ancora deve capire appieno cosa significa essere alla Juventus. Ma se non responsabilizziamo un ragazzo, o un giocatore nuovo, sull’1-0 di una partita sin lì dominata contro la Sampdoria a inizio campionato, quando lo faremo? Se continuiamo a rendere ingombranti figure che giocoforza dovranno lasciare la Juve tra non molte stagioni, che reazione avranno quelli che resteranno quando gli scaricheremo di colpo tutte le responsabilità addosso?

Certo, andando all’estrema sintesi dei fatti, Dimarco ha sbagliato e Bonucci ha segnato, l’Inter ha perso l’occasione di vincere uno scontro diretto mentre la Juve ha rosicchiato due punti alle due squadre nerazzurre, e non ci sarebbe niente di sbagliato nel fermarsi ad un’analisi simile, perché nel calcio contano i fatti, i risultati e i gol, possibilmente che portino punti, e quello di Bonucci ha contribuito a regalarne 3 alla Juve.

Ma ci sono momenti all’interno di una stagione che possono modificare la strada intrapresa da un gruppo, da una squadra, da una società. La Juventus in questo momento è spezzata in due, perché da una parte vorrebbe costruire un nuovo ciclo puntando sui propri giovani, dall’altra li bacchetta al primo errore e, nel momento del bisogno, decide sempre e comunque di affidarsi alla vecchia guardia (citofonare Matthijs de Ligt, che col Chelsea rischia di vedere dalla panchina il terzo big match su 3).

Non sono strade che s’intraprendono da un giorno all’altro e con decisioni prese a tavolino, ma vanno costruite metro dopo metro, mattoncino su mattoncino, con piccoli gesti e segnali che uno dopo l’altro devono far capire che il vento sta cambiando. Il rigore di Bonucci porta la Juve un po’ più avanti in classifica ma un po’ più indietro nel suo percorso verso il rinnovamento, ammesso che l’intenzione di imboccare tale percorso esista davvero.