La rifondazione può attendere

di Giulio Gori |

Tre a uno al Bernabeu. Tre a uno. Tre a uno al Bernabeu! La Juventus è fuori dalla Champions dopo aver disputato una partita che non è stata, come credono alcuni, a un passo dall’essere leggenda: è leggenda. Oggi si parla di rigori, di polemiche, di addii, di occasioni perse, di recriminazioni, ma c’è un dato, una banale sequenza di due numeri talmente enormi da diventare quasi invisibili a chi si fa distrarre dall’inessenziale. Real Madrid-Juventus 1-3.

L’impresa c’è stata, l’impresa è stata fatta, non è stata sfiorata. È chiaro che brucia, è chiaro che passare il turno era l’unica cosa che contasse, ma è evidente che pesa il risultato tremendo dell’andata, non il gol subito a Madrid all’ultimo minuto. Che cosa ha fatto la differenza tra le due partite? A ben vedere, la Juventus ha interpretato meglio la gara d’andata sul piano della prestazione pura, ma è stata penalizzata dagli episodi, esattamente come è stata premiata dagli episodi al Bernabeu. Nel complesso, una Juventus che gioca alla pari con la squadra più blasonata del mondo e che arriva addirittura a sparecchiarle la tavola di casa, è una ragione di orgoglio e soprattutto di ottimismo.

Restano forse da capire gli episodi. Perché il punto non sono gli errori difensivi, ma Ronaldo. Lo specchio di tutto è il centravanti del Real che a Torino segna due gol fantastici, mentre i tifosi bianconeri prendono a pernacchie la propria difesa: ma non si accorgono che quando invece elogiano la chiusura di Ramos su Dybala, lo stesso Ramos ha in realtà perso in un primo tempo l’attaccante argentino, recuperando in scivolata sul tiro successivo allo stop a seguire. La differenza è tutta qui: Dybala tira dopo un primo tocco, Ronaldo tira di prima. E quando un attaccante tira di prima non c’è difesa che tenga. L’unica cosa da fare è limitare i danni e cercare di essere più bravi degli avversari come squadra. Non è una critica a Dybala, che è uno dei più forti giocatori al mondo, è solo che CR7 è il più forte al mondo, per distacco.

Il Real, nel complesso, è clamoroso, la qualità tecnica del suo centrocampo riesce a far uscire la squadra da situazioni estremamente imbarazzanti, vanificando gli sforzi degli avversari. Eppure dopo 180 minuti, la Juve china il capo per una virgola, un 3-4 che lascia rimpianti, tanti, ma che racconta una cosa chiara e tonda: si diano pace i teorici del “moriremo tutti”, ma la rifondazione ha da attendere. Prima di tutto perché i grandi vecchi, quando chiamati in causa, continuano quasi sempre a offrire prestazioni di altissimo livello. E in secondo luogo, perché la squadra nel corso degli anni ha avuto un ricambio continuo e, anche in vista della prossima stagione, ha in ingresso alcuni tra i giovani più interessanti in circolazione: Pjaca, Caldara e, forse, Spinazzola.

Possiamo scagliarci contro Chiellini, contro Sandro, contro Benatia, contro De Sciglio, contro Pjanic, contro Khedira, contro Higuain, contro Mandzukic, contro Matuidi, contro Costa, contro Cuadrado, contro Dybala, ma sono tutti giocatori che hanno pieno titolo di giocare ai piani alti d’Europa. Dopo l’andata, abbiamo letto commenti secondo cui nessuno dei nostri sarebbe titolare nel Real. Sarei curioso di chiedere oggi ai tifosi del Real se rinuncerebbero a fare a cambio con i nostri terzini, dopo le prestazioni di Marcelo e Carvajal al Bernabeu. Certo, la Juventus può e deve rafforzarsi, deve continuare il lavoro di ricambio annuale fin qui impostato. E per fare un ulteriore salto di qualità deve trovare un’alternativa a Khedira, giocatore sontuoso quando è in condizione, ma troppo spesso ormai fuori forma durante l’arco della stagione.

Certo, Buffon ha annunciato l’addio. Dispiace a tutti. Resta una ferita non averlo visto alzare la Coppa dalle grandi orecchie. Ma l’addio di Buffon non è la fine di un ciclo, è solo la dolorosa fine di una stella di splendente nitore. Buffon, quest’anno ha dato evidenti segni di cedimento fisico, ha messo a nudo un calo verticale della sua reattività. Ma al Bernabeu, tirando fuori con le unghie tutto quel che resta acceso del suo sconfinato talento, ha saputo offrirci una prestazione mostruosa. E quel rosso non è una macchia, anzi ne rafforza ancora di più la leggenda, gli ha persino permesso di lasciare il campo senza subire gol. Sul piano narrativo, non poteva esserci addio più eroico. Uscire così, unico giocatore nella storia del calcio ad essere applaudito dalla tifoseria avversaria dopo un’espulsione. Buffon al Bernabeu ha abdicato, ma lo ha fatto come Achille, come Ettore. E sarà immortale. Il più grande giocatore della storia del calcio.

Ma la Juventus va avanti, come andò avanti dopo Boniperti, Sivori, Platini, Baggio, Nedved, Del Piero. E questa Juve, lo ripetiamo, ha solo il dovere di arrivare ogni anno ai piani alti d’Europa, perché se in volata ci arrivi, prima o poi la vinci se c’è talento e sapienza di campo. Non ce ne sarebbe stato neppure bisogno, ma di nuovo i nostri bianconeri ci hanno dato uno schiaffo per ricordarci di che pasta sono fatti. Dopo sei scudetti, due finali Champions, dopo la vittoria a Wembley, abbiamo dissacrato il tempio di Apollo. Ora non c’è più spazio per le interpretazioni, per il gioco bello o non bello, per il baricentro alto o basso, per il possesso palla o il contropiede. Ora tutti sanno che la quello stadio è caduto sotto la nostra spada. Ora tutti di fronte al nostro nome avranno rispetto. E il rispetto non è un concetto affidati al vento, in campo si traduce nelle mani tremanti di Keylor Navas.

Ora c’è il campionato. E’ l’obiettivo cardine della nostra stagione. Poi a settembre si riparte con l’Europa (e speriamo che ci sia ancora Allegri), le rifondazioni meglio lasciarle a chi arriva come sempre esimo. Perché serate entusiasmanti come quella del Bernabeu, anche quando l’eroe è sconfitto, sono la ragione per cui fin da bambini abbiamo scelto di guardare il calcio. Serate che ti fanno brillare gli occhi. Non fatevi avvelenare. Ci siamo, ci saremo. E gli occhi ci brilleranno ancora. Ancora di più.

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