Magari fosse una maledizione…

di Riceviamo e Pubblichiamo |

 

La Juventus e la Champion’s League sono due calamite con i poli concordi.

Riuscire a perdere sette finali della competizione più prestigiosa del mondo è sconfortante, considerando soprattutto la gloria e il prestigio nazionale della nostra amata squadra.

 

Tralasciando Ajax e Amburgo, per incompetenza e ignoranza (non sono mai riuscito a guardare una partita in differita, mi annoiano) dell’autore di questo post,

le altre 5 sconfitte, che resteranno ben scolpite nella mia memoria, credo abbiano un comun denominatore: l’atteggiamento.

 

Dopo la vittoria a Roma nel 1996, avremmo potuto aprire un ciclo leggendario, invece…

Nel 1997 affrontammo un Borussia Dortmund, colmo di ex sul viale del tramonto e pieni di acciacchi, da Reuter a Paulo Sousa.

Una Juve favoritissima e fortissima, riuscì a prendere due gol da Riedle (lo stesso ambasciatore della finale di Berlino del 2015… anche voi però…), prima di accorciare col tacco di Del Piero, vanificato dal 3-1 di Ricken, bimbo prodigio svanito nel nulla dopo pochi mesi…

L’anno dopo, ci toccò il Real di Suker e Mijatovic, Raul, Redondo e Roberto Carlos.

Stesso atteggiamento, stessa storia, con un punteggio lievemente più leggero (certo il fuorigioco di Mijatovic… ma difficilmente avremmo ottenuto un risultato differente, con la stessa testa).

Quella del 2003 è stata, ad oggi, la sconfitta più cocente della mia storia di tifoso, più di Perugia.

Anche qui partivamo favoriti, nonostante l’assenza di Nedved, vista l’entusiasmante cavalcata in semifinale col Real (che, pensandoci, potrebbe essere paragonata a quella di quest’anno con il Barcellona, soprattutto per il finale…) e l’ennesima vittoria del campionato.

Anche questa volta, l’avversario, in questo caso il Milan, entrò in campo con un atteggiamento diverso, “vincente”.

Certo, tirare tre rigori centrali non aiuta, vero…

12 anni dopo, nel 2015, arrivò la finale, forse, più inaspettata. Di fronte al Barcellona dei tre tenori, una Juve e inesperta e, probabilmente, ancora immatura per un avversario di così alto rango.

Il gol del pareggio di Morata, live, mi fa ancora venire i brividi.

Sconfitta meritata ma non così netta.

Buon punto di partenza per acquisire consapevolezza ed esperienza, quantomeno societaria, visto che han venduto tutti…

 

Arriviamo a sabato 3 giugno 2017.

La Juve leggendaria dei 6 scudetti consecutivi, dei tre double in tre anni, della seconda finale, degli zero gol subiti dal Barcellona, arriva a Cardiff, non favorita ma, diciamo, portata sulle braccia dalla folla, come nei concerti punk.

Tanto entusiasmo ma anche tanta consapevolezza, generata dalle vittorie con Barca e Monaco e dal dominio nazionale, che ormai perdura da tempo.

L’atteggiamento iniziale è positivo, giocano a pallone, senza timore, con accortezza italica.

Finire 1-1 il primo tempo è un buon viatico per recuperare energie e idee negli spogliatoi.

La squadra che rientra in campo ha però un atteggiamento diverso, sembra aver smarrito qualcosa: la consapevolezza.

Per svariati minuti non vediamo più la palla.

Il gollonzo del 2-1 chiude la partita, spegne completamente la luce ad una squadra già intermittente.

Gli altri due gol servono solo per trasformare la sconfitta in umiliazione.

Perdere fa male, perdere una finale affrontata con ottimistica speranza ti distrugge, perdere un’altra finale di Champion’s…ecco.

Ripartiamo.

Come?

Cosa serve per alzare quella maledetta coppa?

Chi può trovarlo?

Dove?

Quanto tempo servirà?

Ce la faremo mai?

Mi servono risposte…

L’unica certezza è che i soldi non sono tutto nella vita e nemmeno nel calcio.

 

Sono arrivato ad invidiare i tifosi del Benfica. Loro almeno hanno la certezza della maledizione di Bèla Guttmann.

 

Magari avessimo anche noi una certezza…

 

Di Fabrizio Lorenzetti