Resistiamo alla tentazione di azzerare tutto

di Leonardo Dorini |

La notizia del “festino”, o cena fra amici, che è stato svolto da tre calciatori della Juventus (McKennie, Arthur, Dybala), ha dato la stura, soprattutto sui social, a nuove polemiche da parte di molti di noi tifosi bianconeri.

Sostanzialmente questo fatto – assolutamente deprecabile e da condannare, si intende – sarebbe da inquadrarsi in una sorta di sbandamento della Società, in una non-chiarezza di ruoli, in una assenza di quella che fino a poche settimane fa era uno dei più grandi asset del Club Juventus, da tutti riconosciuto, anche da molti avversari: l’essere un Club serio, organizzato, con regole chiare, con elevata cultura del lavoro, dell’impegno, che si traduceva in un essere sempre lanciati verso la vittoria, in tutte le competizioni.

In questa stagione ovviamente deludente, con un trofeo minore vinto, la sola Coppa Italia come ulteriore obiettivo, uno scudetto orami fuori dalla portata e la brutta uscita dalla Champions, sembra che si siano rapidamente perse tutte queste certezze: nel breve volgere di pochi mesi – dicono i bene informanti – è stato buttato via un patrimonio di cultura aziendale, di forza, di autorevolezza.

Ma davvero può essere successa una cosa del genere? “Prima queste cose non succedevano”, si dice. Si ricordano i tempi di Moggi, di Marotta. Ma davvero abbiamo già dimenticato le scorrerie dei Vidal e Caceres? Suvvia.

Il fatto di aver scelto un allenatore di poca esperienza e il dover far fronte a risultati non all’altezza degli anni scorsi, sembra gettare molti di noi nello sconforto; le attenuanti – che ci sono – vengono dimenticate presto; gli eventi sfortunati, che ci sono, pure.

Il calcio è così: se Ronaldo avesse segnato il rigore del 2-1 contro l’Atalanta; se Caicedo non avesse avuto il guizzo per pareggiare quel Lazio-Juve, se Cuadrado avesse messo quel tiro al 93mo di Juve-Porto qualche centimetro più in basso, se, se….ma lasciamo perdere, ormai è andata così: certo è che ora siamo di fronte a questa situazione, e nonostante fosse chiaro che il progetto sull’allenatore era un progetto di medio periodo, si sprecano i #PirloOut e i “facciamo tabula rasa” e “smettiamo di credere nelle favole”.

Ma proviamo a seguire questa logica: chi è che dovrebbe andarsene? Agnelli? Il Presidente di 10 anni fantastici? Nedved? Tutto il Consiglio di Amministrazione? E chi dovrebbe scegliere i nuovi manager? Forse “la rete”? Lasciamo perdere, davvero.

E’ chiaro che, fin dall’ultimo anno della gestione Allegri, la Juventus abbia intrapreso un percorso involutivo, nonostante l’arrivo di CR7; ma tale involuzione ci pare aver riguardato solo (e non è poco, sia chiaro) la gestione sportiva della prima squadra, poiché in questi anni il Club ha continuato a ottenere – tralsciando un attimo l’impatto ovviamente devastante della pandemia – importanti risultati sul piano della gestione corporate, del marketing, dell’affermazione della notorietà del marchio Juventus come “modo di essere e di vivere”.

E di questi giorni un nuovo lancio sul tema, nientemeno che del New York Times, con Ronaldo che esulta nella maglia realizzata con Palace (segnò un rigore al 90mo) e il racconto di come alcune squadre, fra cui la Juventus, abbiamo fortemente investito nella loro identità e nel veicolare la percezione dei propri valori verso il pubblico dei tifosi e dei clienti potenziali; anche i clamorosi successi nella gestione social, i rinnovi con Adidas e Jeep e l’irrobustirsi della partnership con Allianz vanno in questa direzione.

Si possono dare queste “vittorie aziendali” in pasto ai tifosi al posto di quelle sul campo? Ovviamente no. Ma, per contro, è opportuno “buttare via tutto”? Fare “tabula rasa”? Ma per carità. Secondo noi è proprio il contrario: sul percorso industriale la Juventus è avanti alcuni anni rispetto agli altri Club italiani (è proprio di questi giorni il re-styling del marchio da parte dell’Inter, a 4 anni dal nostro) e ora i nostri dirigenti sono di fronte alla sfida più difficile: devono completare il lavoro, coronare questo percorso, per colmare il gap con gli altri Top Club europei (che ovviamente permane).

Procedano allora senza esitazioni nel perseguimento delle loro convinzioni, se le ritengono giuste. Uscire dalle incertezze della gestione tecnica e sportiva dell’ultimo periodo non sarà facile, ma se il percorso è chiaro, se c’è convinzione, il resto seguirà: il Club bianconero non inizierà certo ora a farsi condizionare dalla pressioni della piazza (reale o virtuale che sia).


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