Requiem per uno scudetto

di VittoAv |

La Juventus, salvo cataclismi, sta per aggiudicarsi il nono titolo italiano di fila, il nono anche della gestione Agnelli. Inutile ripetere i sentimenti di gratitudine per averci levato dalla melma dei settimi posti e dalla simpatia infusa nelle tifoserie avversarie, ed averci condotto là dove alla Juventus spetta di stare, in compagnia di grandi cavalcate europee, finite, purtroppo e come da nostra consuetudine, tutte nel solito modo. Ma questo è un altro capitolo. O forse no.

Ho sempre stimato la nostra proprietà e la nostra dirigenza, fatta di uomini verosimilmente capaci ed esperti, sostenuti finanziariamente da una conglomerata globale che, a prima richiesta, non ha avuto apparenti problemi anche a consentire un aumento di capitale di €300MLN, per far fronte ai costi di gestione successivi all’acquisto di Cristiano Ronaldo. Questi sono uomini che, come chiunque al posto di comando, effettuano scelte e le scelte, per loro natura, comportano conseguenze che solo il tempo può rivelare favorevoli o meno; ci sono, tuttavia, casi in cui le scelte appaiono già in partenza così azzardate da generare legittimi dubbi.

Io, questi dubbi, non li ho mai avuti. Finora. Ho assistito allo smembramento dell’ottima rosa post finale di Berlino 2015, al rimpiazzo di giovani, affamati ed eccellenti giocatori con gloriosi parametri zero e clausole rescissorie, fino alla successiva, infruttuosa, finale di Cardiff 2017 che, per me, come già scritto in precedenza, rappresenta un po’ il secondo spartiacque sportivo e gestionale dell’epoca Agnelli, posto che, da lì in poi, dati alla mano, non soltanto non siamo andati oltre i quarti di UCL, ma abbiamo vinto gli scudetti con molta meno disinvoltura. Alcuni potrebbero obiettare che non sia facile trovare motivazioni ogni anno e che anche gli avversari si rinforzino, ma io penso che una gestione lungimirante, di cui ritengo Agnelli capace, punti a migliorare la rosa esistente al mutare della marea. C’è da dargliene atto quanto alla crescita del brand, attraverso il marketing, l’acquisto di Ronaldo o il restyling del logo.

Ma sportivamente, da allora, siamo oggi giunti a un progressivo impoverimento tecnico e qualitativo del roster, che ha visto talenti come Cancelo rilevati dall’inadeguato Danilo, Emre Can dall’evanescente Ramsey, Barzagli, Caceres e Benatia dai soli De Ligt e Demiral, Kean e Mandzukic da un emotivo Higuain, mentre Spinazzola è stato semplicemente scartato, senza alter ego. Tutto questo al netto degli infortuni, dei lungodegenti, dei rinnovi ai logori membri senior, del rientro di Buffon (unico vero, pur paradossale e inatteso, upgrade rispetto a Perin dallo scorso anno) e degli stipendi inspiegabilmente faraonici, con cui giocatori senza contratto sono stati, senza merito alcuno, attirati all’ombra della Mole. Insomma, che mi prendi a fare CR7 se poi lo fai dialogare con tanti Matuidi?

Tutto ciò, ripetuto negli ultimi tre anni, a mio avviso, ha prodotto un ibrido calcistico a strisce bianconere, che sarebbe ingestibile per qualsiasi allenatore, anche il più iridato: lungi da me rimpiangere Allegri (dopo averlo tanto criticato negli ultimi due anni) e paragonarlo al discutibile Sarri (ci sarà, magari, un articolo a ciò dedicato, più avanti), ma non si può non concordare con la già superata necessità di cambiare diversi giocatori, per dare una sferzata, che abbia un senso compiuto, a questa squadra. Perché, all’elenco che precede, vanno aggiunti coloro che per nessuna ragione avrebbero mai dovuto allenarsi alla Continassa: De Sciglio e Bernardeschi, per tutti e su tutti.

Ora, è chiaro che, con questo materiale a disposizione, persino vincere uno scudetto, per lo più particolare come questo, dovrebbe apparire come un’impresa straordinaria: e non ci si lasci ingannare dai nostri funambolici attaccanti, che da soli reggono lo sforzo offensivo con prodezze per lo più individuali, perché anche loro, come tanti altri nella squadra, hanno a malapena saltato una partita dall’inizio della stagione. Del resto, se riduci numericamente la rosa e, in più, ne mortifichi il tasso tecnico complessivo, con un’età media di 29.6 anni, non c’è da aspettarsi chissà che. Ma noi, invece, abbiamo cambiato allenatore, forse era più facile, effettuando un’ulteriore scelta, anche ad personam, questa sì, davvero difficile da decifrare. E ora facciamo i conti con crolli psicologici, rimonte e via discorrendo, che non appartengono al nostro DNA, ma a quello dei calciatori a disposizione, evidentemente, sì. E non da quest’anno, a voler essere intellettualmente onesti.

Ma il calcio è strano (cit.) e il campo può sempre rivelare qualcosa di diverso: per esempio, ha smentito le mie previsioni iniziali, che premiavano il mercato bianconero con un bel 7, anche se questo andrà valutato a stagione conclusa. Con il rischio che, in caso di improbabili trionfi europei, vengano tutti premiati con una più lunga permanenza e la reiterazione della stessa strategia adottata ultimamente. Almeno, stavolta, Paratici non ha ancora affermato che questa rosa sia difficilmente migliorabile: posso sperare.

Non mi è ancora chiaro perché l’iniziale e convincente manovra dal 2011 al 2015 sia poi mutata in quella attuale. Ad ogni modo, per come io la vedo, questa Juventus non ha più senso di esistere, così: e, quindi, si suoni il suo requiem (The Old Lady Is Dead, Long Live The Old Lady), per lasciare il posto, nuovamente e possibilmente già da questa estate, a una che assomigli a ciò che il suo Presidente era all’inizio: giovane, ma esperta, affamata, e vincente.