Report: se questa è un’inchiesta

di Fabio Giambò |

Pensavamo fosse già tutto finito la settimana scorsa, ed invece no, le parole del presidente Andrea Agnelli hanno evidentemente punto nell’orgoglio la redazione di Report, “costringendo” gli amici della redazione della trasmissione targata mamma Rai a concentrarsi ancora sulla Juventus, sull’operato della società bianconera, di D’Angelo e di riflesso dello stesso Agnelli: non più inchiesta sulla morte poco chiara dell’ultrà Bucci, non più una lotta al sistema calcio, come invece ci avevano detto e fatto chiaramente intendere nelle scorse lunghe settimane.

“Nuove testimonianze, intercettazioni e documenti sul caso Juventus. Dalle intercettazioni emerge che fu proprio il responsabile della sicurezza della Juventus Alessandro D’Angelo insieme a Raffaello Bucci – all’epoca un semplice ultrà – a trattare e a fare entrare gli striscioni sulla tragedia di Superga”: così su Twitter avevano preannunciato il servizio di stasera, preannunciando un’intervista esclusiva a Gabriella Bernardis, ex compagna di Bucci, che avrebbe svelato importanti novità sul caso. L’abbiamo vista tutti la puntata di stasera: cos’è successo analizziamolo brevemente, sperando sia davvero la fine di questo teatrino dell’assurdo.

Parte Ranucci: “Stasera difendiamo e tuteliamo i nostri interessi, che poi sono quelli del pubblico che paga il canone”. Deciso, chiaro, netto. Ci si aspetta la fine del mondo. E invece…

Due le carte stasera messe sul tavolo da gioco da Report: da un lato un paio di intercettazioni ulteriori fra D’Angelo, Dominello e Bucci, dall’altro la già citata intervista alla compagna dello stesso Bucci. Andiamo per ordine partendo dalle intercettazioni.

Chi vuole fare polemica fa voli pindarici e ricostruzioni illogiche, chi vuole ascoltare ed analizzare tutto per intero non può non capire l’argomento di questi dialoghi: non è degli striscioni su Superga che si parla (anzi, più volte si precisa che non è su quelli che la Juve rischierebbe una grossa multa, fra l’altro mai arrivata), al limite è abbastanza chiaro che l’argomento della discussione siano petardi e fumogeni. Non che sia materiale di poco conto, ma chiamare le cose col proprio nome sarebbe cosa buona e giusta, anche a costo di fare un passo indietro con buona pace di uno scoop che scoop non è. Non può essere il sarcasmo a farla da padrone nel giornalismo d’inchiesta, non sono i sorrisini e le mezze frasi a fare chiarezza. A meno che non si voglia fare provocazione gratuita, a meno che non si voglia stimolare l’attenzione social, e dunque il pubblico, e dunque coloro che si esaltano e sbraitano già protestando per un rigore netto a favore della Juve, figuriamoci per scenari del genere che poi però non stanno né il cielo, né in terra.

Passiamo al racconto de relato della Bernardis. Una signora che non sa neanche cosa sia stata la strage di Superga, sennò appunto non la chiamerebbe “del Superga”! Un colpo di teatro, ennesima scena da Hollywood, come dal primo istante. Una credibilità che lascia il tempo che trova, o meglio, che lascerebbe il tempo che avrebbe meritato se non ci fosse quel contesto di cui prima: provocazione gratuita, stimolazione social. Stop. Null’altro. Cala il sipario. Occasione persa per indagare sul vero tema, sui rapporti con la polizia, la DIGOS, la questura, i ricatti ai club. Si può davvero chiudere qui e pensare adesso alle cose davvero serie? Se non fosse possibile, no problem: ci si tura il naso, e si continuano a battere le dita sulla tastiera per questo confronto che 12 anni fa non sarebbe stato possibile avere, ma che oggi non ci troverà mai disposti a fare un passo indietro.