Religione Juve e il Destino che ci aspetta!

di Sandro Scarpa |

 

 

E adesso che si fa? In una notte che ne contiene mille altre. In 90 minuti di brividi, di sospironi, di incazzature e poi di piacere fisico, di ululati di gioia e urla di soddisfazione. Le lacrime di gioia, quelle per gli uomini, i nostri. Dio Dani Alves, l’uomo di Champions che ci prende per mano dagli ottavi, l’Onnipotente Marione che stantuffa e stantuffa sulla destra e poi la mette dentro, per l’Eletto Paulino che alza gli occhi al cielo, dall’Instituto di Cordoba e dalla B a Cardiff, dal Pipita che arriva all’ennesima grande finale.

E poi i nostri. Quelli che ci accompagnano da 6 anni di gioie, Chiellini ancora una volta mostruoso, su Falcao come su Suarez (a zero!), Bonucci e quella testa alta, quella sfida senza paura (Andiamo lì e la alzeremo!), Barzagli e quegli scatti su uno che ha la metà dei suoi anni e i crampi alla fine, il Principino che si riprende ancora la scena in modo fortuito ma decisivo.

E poi Lui. Quell’uomo che ci guida, ci esalta, ci protegge e ci ispira. Quell’uomo che non può non arrivare di nuovo a sfidare la sorte. Da Rimini a Cardiff. Passando per il Fulham e il Poznan. E riemergendo poi. Rialzando la testa dopo i settimi posti. E riprovandoci, da Stamford Bridge alla “pensione” dell’Allianz. Dalla Svezia alla neve di Istanbul. E ancora e ancora, infilando i guantoni per la millesima volta. E sfiorarla ancora, a Berlino. E lavorare ancora, ogni giorno, pensarci ogni notte, vincere tutto in casa e andarci ancora vicino ad una bella impresa, ancora in Germania, a Monaco, fino all’ultimo beffardo respiro.

Lui c’era. A Manchester ai rigori c’era. C’è sempre stato e ci sarà, a Cardiff. Gigi Buffon. Ad abbracciare con le sue manone tutti i nostri pensieri, a farli suoi. Padre e figlio, capitano e leggenda.

La perfezione non è di questo mondo e questo calcio, e la Juve nemmeno lo è. Parte contratta, parente di quella Juve 352 che gestiva e soffriva e la palla di Mbappé va assurdamente sul palo quando tutti l’avevamo vista dentro. E’ la prima giravolta del destino e della gara. La Juve solo a quel punto inizia a giocare un calcio tecnicamente magistrale, coraggioso, spietato dietro, fluido in mezzo e cadenzato dai piedi sontuosi dei soliti Pjanic, Dani, Paulo e Pipa, con Mandzukic che vince il 100% dei contrasti di testa sul malcapitato Raggi messo lì apposta. Mezz’ora di Juve suprema, occasioni a raffica, triangoli, uscite sublimi, duetti e tagli verticali che spezzano in due il Monaco e lo ammansiscono.

Poi dopo i miracoli i gol divorati da Mandzukic, Higuain e Dybala (ma bravissimo Subasic) c’è l’1-2 di Dani, l’uomo che accarezza il destino, lo cavalca come un surfista, apre le ali del deltaplano e vola impavido con la forza della tecnica, col coraggio della consapevolezza, con la follia di un cuore gigantesco. L’assist (ne fa altri 3 da spingere dentro), il supergol, la corsa, la linguaccia, il cuoricino, l’abbraccio ad Abidal alla fine (l’ex-compagno gravemente malato al quale voleva donare un rene). E’ un uomo venuto dal Destino e che ci porta con sé, lì dove questa Juve merita.

Poi è tutto così visto e rivisto, le dormite col sapore di Cardiff già in bocca, Allegri che urla come un dannato più sul 2-0 che sullo 0-0 (come all’andata, e fa bene), Mbappé che ci buca dopo 8 ore (gran movimento il ragazzino), Glik il macellaio che ci risveglia, Pipa che fa bene a non rispondere (mentre Mandzu ha altra indole, si ama per quello).

E ora che si fa? Ci siamo arrivati ancora e ancora e ancora. La Juve è alla 9° finale della Coppa più Alta. E’ la sesta finale da quando si chiama Champions. Più di tutte, assieme al Milan, che però il destino ha saputo affrontarlo e vincerlo spesso, anche se erano altre epoche, forse meno zeppe di talenti e soldi.

Ci risiamo di nuovo. Ora che si fa? Ora non contano gli allenamenti, la forma fisica, gli infortuni e gli acciacchi (anche Sami la merita, ovvio, dopo anni tribolati), non contano i moduli (ma la difesa a 3 non era quella “non europea?”), non conta niente. Gli episodi, i gol mangiati (quanti! anche stasera), non conta nemmeno la forza dell’avversario, la sua maledetta capacità di vincerla sempre, se arriva fino in fondo.

Conta la capacità di guardare in faccia questo maledetto destino, non pensare a Crujff e Magath, al Borussia, a Mijatovic, cancellare i rigori di Manchester, andare oltre Rimini, andare oltre tutto, Berlino e tutto il resto. Vivere e giocare il momento, il presente, sentire dentro di essere più forti di quello che ti aspetta, prendere e strappare coi denti della rabbia e della gioia di esserci, di giocarla e vincerla come sappiamo fare. Essere felici come un’orchestra spietata, come in quella mezz’ora forsennata e rilucente di stasera, essere gioiosi come quando è finita, ha fischiato, hai vinto, sei il più forte, il mister a sorridere entrando nel tunnel e gli altri in coro a saltare, abbracciarsi, piangere e gioire col loro popolo.

Ce la meritiamo, ma in realtà il destino non esiste, la giustizia non ti ridà indietro nulla. Dobbiamo prendercela da soli, devono prendersela da soli e alzarla!

Intanto ci alziamo noi, in piedi, ad applaudire tutti per questo sogno e questa attesa!