Torna la relazione pericolosa fra Morata e Cuadrado

di Leonardo Dorini |

Già da Crotone, la Champions aleggiava su tutto l’ambiente bianconero: va in campo una squadra rimaneggiata, non si rischia Dybala, la concentrazione non è gran che? E perché “martedì c’è la Champions”: ed eccola che arriva, un mese dopo il solito, in questo scombussolato calcio in epoca di Covid.

Si va a Kiev e tutti siamo contenti di andarci in autunno e non in pieno inverno: giocatori in maniche corte, bene così; in conferenza stampa la vigilia con Pirlo c’è il capitano Chiellini, che parla di “fare risultato”; gli chiedono se la Juve sia uscita dalla “prima fascia delle favorite”, ma lui elegantemente glissa: “ogni anno si parte per provare a vincerla, le classifiche poi le fate voi”.

Serafico come sempre Pirlo si professa “più tranquillo” di quando giocava: non sembrava possibile, ma ne prendiamo atto; un pirotecnico traduttore gli racconta una pirotecnica domanda su una sua dichiarazione prima del Mondiale: “ho mangiato, ho dormito, ho giocato alla Play Station e poi ho vinto la finale del Mondiale”; il Mister dice che alla PS non gioca più ma, di nuovo, che farà circa le stesse cose prima del suo debutto da allenatore in Champions.

Nel tentativo di trovare la famosa “quadra”, la formazione come sempre riserva sorprese: Cuadrado torna a casa, sulla fascia destra, e c’è un inedito Chiellini perno centrale della difesa: ci pare strano vederlo in impostazione, comunque fa in tempo a fare un quasi-gol, con una capocciata su una parata non perfetta del portiere, ma poi deve mollare e finisce col ghiaccio alla coscia in panchina (dentro Demiral e Bonucci che torna in regia difensiva).

Juve ben messa in campo, fluida, Chiesa sgroppa, conclude, imbecca, Ramsey sembra ispirato, Morata e Kulusevski un po’ imprecisi, ma presenti; rischi zero durante il primo tempo, alcune occasioni: l’idea che forse Lucescu ce la potrebbe incartare è sempre lì, aleggia.

Eh sì, c’è il santone rumeno sulla panchina ucraina: 75 anni, decenni di battaglie, è lui che fece debuttare Pirlo, è lui che non fece arrivare Witsel, è lui che è passato elegantemente dalla panchina dello Shaktar a quella della Dinamo, rischiando forse anche qualcosa a livello personale: lo vediamo sardonico a bordo campo, sembra volerci riservare qualche sorpresa, siamo diffidenti.

L’80% dei telespettatori si sarà perso il primo gol di Morata: troppo presto il primo minuto del secondo tempo, molti saranno stati fuori col cane, a scolare la pasta o in bagno: Alvaro nostro la mette di rapina dopo una bella percussione di Chiesa, tacco di Ramsey e schiaffo di Kulusevsi. 1-0.

La Juve rischia poco, anche se la qualità del fraseggio, già non eccelsa, cala un po’: entra finalmente Dybala al 55mo: una quarantina di minuti per lui, ci voleva; si vede che è imballato, anche se semina subito il panico nell’area avversaria; entra anche Arthur a incollarsi il pallone agli scarpini (giù Bentancur) e poi Bernardeschi per Ramsey.

Qualche sofferenza c’è, non può esistere una gara di Champions senza soffrire un po’, ma al minuto 84 è ancora Morata che la mette in ghiaccio: torna la relazione pericolosa fra il 9 spagnolo e Juan Cuadrado, Morata annusa l’aria e fa un movimento di 20 metri a raccogliere la palla spettacolare che il colombiano gli mette sulla testa. 2-0, e sipario. “Ormai lo conosco” dice lo spagnolo nel dopo gara, sapeva che Juan gli avrebbe servito quel cioccolatino, e non sbagliava.

Una partita con tante buone notizie: il rientro in campo di Dyabala, alcune geometrie che si vedono, un buon Chiesa al debutto in Champions, pochi patemi in difesa.

Non sappiamo se la Dinamo era davvero poca cosa o se siamo stati noi a renderla tale; il Barcellona in casa sarà tutt’altra prova. Ci sentiamo tra sette giorni.