Cazzeggio, ippica e semplicità: le regole dell’Allegrismo

di Silvia Sanmory |

allegrismo

“Il calcio è semplice. Devi fare l’opposto di quel che fanno i tuoi avversari”.

(Cit.)

Ridiamo, che a piangere c’è sempre tempo. 

Questa filosofia tra l’amarezza ed il disincanto accompagna uno dei film più rappresentativi della commedia italiana degli anni Settanta, “Amici Miei”, icona del cazzeggio come stile di vita portato avanti con le mitiche zingarate.

Una fra tutte l’indimenticabile scena alla stazione di Santa Maria Novella, schiaffeggiamento collettivo e sincronizzato dalla pensilina ai viaggiatori di un treno in partenza, affacciati ai finestrini…

Il cazzeggio come scelta rilassante-disintossicante e “ispirante” è qualcosa di applicabile ad ogni contesto, calcio compreso, ce lo spiega Massimiliano Allegri tra le pagine del suo libro “E’ molto semplice”, un Allegri inedito che condivide con noi appunti ed annotazioni raccolte in quasi quarant’anni di attività professionale  sul campo e snocciolati in 32 regole, discorsive e propositive; un volume che potrebbe avere come sottotitolo “L’arte dello sdrammatizzare” ma anche “Come cavarsela con una battuta” perché del resto, da toscanaccio purosangue, ha nel dna il cazzeggio come modo di vivere. Lo dice bene nella regola 11, “Se vuoi innalzare i picchi di prestazione, usa il cazzeggio creativo”, riassuntiva di questo suo non prendersi mai troppo sul serio sapendo però quando arriva il momento di staccare l’interruttore della divagazione: “Quando sento gente che dice che bisognerebbe lavorare ventiquattro ore al giorno divento matto (…). Le suggestioni migliori scaturiscono da un’alternanza tra il serio e il faceto”.

E tra i cazzeggiatori che lo hanno ispirato, Allegri cita a più riprese Giovanni Galeone, suo maestro della panchina (“Ancora adesso il mio modo di vedere il calcio è in gran parte merito suo”): “Galeone è sempre stato molto fantasioso e sapeva proporre concetti innovativi”. E ancora: “E’ proprio lui che mi ha trasmesso l’idea che il calcio sia di una semplicità disarmante. Nel nostro ambiente invece sembra che si debbano mandare i razzi sulla luna. A me hanno sempre insegnato che nel calcio esistono due fasi: quando hai la palla tu devi attaccare, quando non ce l’hai ti devi impegnare al massimo per difendere (…). Quindi certe volte non capisco che cosa si intenda per giocare bene. E’ solo un modo di dire con cui i critici si riempiono la bocca”.

Chiaro, semplice, non astratto. Come è del resto la sua idea di trasmettere concetti di gioco in maniera che li si possa disegnare; e per rendere comprensibile questa sua convinzione Allegri chiama a rapporto, nella regola 28, un mostro sacro del pallone come Michel Platini, da lui definito “un grande disegnatore”: “Giocava con un’intelligenza strepitosa, rendeva di una semplicità estrema le cose difficili. Aveva questo calcio meraviglioso proprio come gesto. Un gesto bello, talmente naturale che è persino difficile da descrivere a parole, quasi fosse una forma d’arte. Bisognerebbe farlo vedere ai bambini, perché soltanto così risulta comprensibile. E i bambini dotati sono immediatamente in grado di replicarlo”.

L’importanza di trasmettere messaggi comprensibili, semplificati, viene ripresa nella regola 4, sintetizzata in “Voglio giocatori pensanti e non polli d’allevamento”, citazione dell’omonimo disco di Giorgio Gaber sui giovani che si lasciano guidare e si accontentano del parere collettivo. Qui Allegri si sofferma in particolare sulla necessità di formare calciatori “pensanti”, capaci di agire in proprio quando serve, creando “comportamenti alternativi” in base alla situazione del momento, di avere calciatori “vivi e non replicanti alla Blade Runner”: “Non si possono creare dei giocatori e degli allenatori che sono semplici polli in batteria. Così facendo i giocatori non pensano più e viene loro tolta la creatività. A loro volta, gli allenatori hanno meno inventiva perché il loro modo di lavorare si basa su situazioni che li fanno sentire sicuri e che secondo loro valorizzano il mestiere del mister. Si sentono sminuiti se si parla di cose semplici e invece si ritengono importanti se discutono di schemi”.

Dunque i polli di batteria out.

I cavalli da corsa in.

L’ippica è una delle grandi passioni di Allegri sin da bambino quando all’ippodromo Caprilli di Livorno ci andava con il nonno; tempi ai quali è legato un aneddoto su un cavallo che si chiamava Minnesota. “E’ più facile che tu alleni in Serie A che vinca questo cavallo” disse un amico a Max che voleva invece puntare su di lui. Minnesota vinse e dove sia arrivato Allegri è cosa nota…

Gli atleti sono come cavalli da corsa – sentenzia il mister nella regola 30 – ogni tanto vanno messi al prato. Come i calciatori anche i purosangue alternato periodi di massimo fulgore ad altri in cui fanno fatica a ritrovare una forma atletica decente. Ci sono cavalli che sanno scattare e quindi possono essere utilizzati sulle distanze brevi e altri che invece hanno innate doti di fondo, cavalli che vogliono correre in testa e altri che preferiscono sprigionare la loro progressione parte dal dal centro gruppo. L’ippica mi ha insegnato che nella vita di qualsiasi atleta ci sono inevitabili alti e bassi e l’allenatore deve cercare di conoscere i suoi atleti esattamente come fa il trainer di galoppo o il preparatore del trotto (…). Dunque ben venga che in alcuni casi si mandino i calciatori al prato nel senso che si rispetti la loro volontà di tirare il fiato, dintossicando la mente e i muscoli dalle tossine accumulate”.

Allegri è l’allenatore che parla di “sport come divertimento”,  l’allenatore dei problemi che si trasformano in opportunità,  delle scelte tattiche intuitive  (“Che non è detto portino sempre agli stessi risultati”), l’allenatore fermo sul “non si vince mai prima di giocare”; è  l’allenatore dei quattro scudetti bianconeri conquistati (il quinto con lui, ma l’ottavo per noi, e lo scrivo con un sorrisetto di soddisfazione, è in arrivo), quattro volte “Panchina d’Oro”, tre volte miglior allenatore AIC e vincitore del Premio Nazionale “Enzo Bearzot”; l’allenatore che racconta e commenta numerosi momenti vissuti in campo, anche quelli meno esaltanti come Cardiff, ripensandoli: “La partenza fu ottima e forse avremmo potuto anche chiudere il primo tempo in vantaggio. Nel secondo invece crollammo sul piano fisico e mentale (…). Non avremmo dovuto farci sopraffare dalla frustrazione (…). Credo che la morale sia questa: il Real gestì meglio i ritmi, mentre è come se noi avessimo spento l’interruttore troppo presto o forse l’avessimo tenuto spento per troppo tempo prima dell’inizio della partita, focalizzandoci esclusivamente sui nostri punti di forza e sulle certezze acquisite dopo la finale di Berlino e sottovalutando, di conseguenza, le minacce che si celavano dietro una partita contro un avversario totalmente differente rispetto a Messi e compagni”.

Quel 3 giugno del 2017 a Cardiff la doppietta del 4-1 ce l’ha assestata Cr7 che ci ha punito successivamente il 3 aprile del 2018 a casa nostra, un gol in rovesciata che viene citato da Allegri come doloroso tanto più in un contesto di una sconfitta casalinga ma anche un gesto tecnico meraviglioso con la standing ovation di tutto l’Allianz Stadium: “E quel suo inchino di contraccambio, così spontaneo e di classe, fu un gesto da campione. E’ nato così, direi, il primo amore tra Ronaldo e Torino”. Allegri chiude il suo libro con un capitolo dedicato proprio a Cristiano Ronaldo che definisce  un professionista esemplare dall’enorme spirito competitivo con una grande cultura del lavoro e un enorme rispetto del fisico e del suo talento”. Ma la sua idea è comunque quella che “a vincere  non sarà mai un solo giocatore, ma la squadra nel suo complesso”. E a proposito di Juventus secondo Allegri la sua forza è quella di pensare che la vittoria più importante sarà la prossima.

 Perché alla Juve non si è mai stanchi di vincere”.