Real – Juve: ovvero la notte in cui imparai a godermi la solitudine

di Claudio Pellecchia |

L’unica cosa che si può fare a Rogoredo, periferia che più periferia non si può di Milano, è andarsene. E anche alla svelta, se si può. Io non posso. Due mesi di stage a Sky Sport valgon bene la desolazione e la solitudine di questo luogo dimenticato da Dio e dagli uomini.

Anzi, a pensarci bene, è quel che mi serve per questa partita, la più importante degli ultimi 10 anni. Io, me, la Juve e il Real Madrid. Con Francesco Repice come unico rumore consentito nel mio minuscolo appartamentino. Da tempo ho preso la buona abitudine di azzerare il volume del televisore e di gustarmi la magia della radiocronaca: un pò perché ne ho francamente abbastanza di sciabolate e mucchi selvaggi, un pò perché 90 minuti con il fuoriclasse di ‘Tutto il calcio’ giustificherebbero comunque quei pochi istanti di sincronizzazione mancata con lo schermo. Sono le 20.44 del 13 maggio 2015:

Ci vorrebbe una di quelle notti. Con Beppe ‘Furia’ Furino che spiana gli avversari solo con lo sguardo. Con Marco ‘Schizzo’ Tardelli che allarga il compasso e travolge tutto e tutti. Con Romeo Benetti che incute timore con il suo ghigno di sfida. Con ‘Bobby-gol’ che si alza come un deltaplano nell’area di rigore. Con Dino Zoff che rende innocui anche i palloni più avvelenati. Con Gentile e Cabrini che arano le fasce. Con Gaetano Scirea che irradia di luce il teatro della sfida. Indossate quelle maglie che grondano di gloria tifosi bianconeri e scendete anche voi in campo, stasera, con i ragazzi di Massimiliano Allegri!

Con uno così al commento mi sento meno solo. Trepida e soffre con me. Che ho l’unico conforto del gruppo WhatsApp degli amici con cui, di solito, sono abituato a guardare le partite. Soprattutto QUESTE partite.

I piani di resistenza a oltranza vanno a farsi benedire dopo poco, pochissimo. Ingenuità di Chiellini e CR7 dal dischetto è glaciale come solo un androide sa essere. “Vabbè, almeno evitiamo l’imbarcata” è il mio primo pensiero. Smentito dai fatti con il passare dei minuti. Oddio non è che si crei chissà cosa. Però, stavolta, l’impressione è che basterebbe un piccolo sforzo in più per arrivare all’imponderabile. E’ quel che ripeto nella chat di gruppo di cui sopra, che va al ritmo del pessimismo cosmico andante.

Serve l’episodio. Tipo un calcio di punizione laterale. Tipo una respinta affannosa di Casillas. Tipo un Vidal che la ributta in mezzo, forse solo per evitare il contropiede. Tipo una sponda di testa di Pogba. Tipo un Morata che si trova lì, nelle migliore delle condizioni spazio tempo:

Grazie a Pagno72 per il video

Gol. 1-1. Nessun urlo. Giusto qualche pugno all’aria. E un occhio al cronometro. Manca una vita. Resistiamo. Anzi no. Attacchiamo. Marchisio si mangia l’1-2, Tevez e Vidal affrettano troppo l’ultimo passaggio in un paio di contropiedi invitanti.

Loro riprendono ad attaccare. Meno belli (ma lo sono stati raramente), più rabbiosi. C’è una saetta di James che lascia impietriti Buffon e il sottoscritto, salvo spegnersi di poco alta. Bale spreca sottoporta e da lontano, l’androide si vede a tratti, ma ogni sua accelerazione è una coltellata che fa male sempre e comunque.

Ma noi ci siamo. Corti, compatti, ben messi in campo. Non si risparmia nessuno. Figurarsi Tevez che sembra uno e trino per quanto pressa. Sono lì con lui, a svuotare i polmoni di tutta l’aria residua che è rimasta. Forse è per questo che quando Pogba calcia troppo centrale un pallone che bastava angolare non ho nemmeno più la forza di imprecare. E poi manca poco, pochissimo, un nulla. Dieci minuti e poi cinque e poi tre e poi uno.

E poi tutto buio. Ha fischiato? Si, lo ha fatto. E’ finita. Nove anni fa si festeggiava ad Arezzo per la fine di quel limbo chiamato Serie B. Stasera si è fatto piangere il Bernabeu. Stasera siamo la squadra che andrà a giocarsi quella coppa maledetta contro il grande Barcellona. Stasera siamo dove nessuno credeva saremmo più stati. Stasera siamo ciò che, in fondo, siamo sempre stati.

E’ l’ultimo pensiero prima di urlo, stavolta si, liberatorio. Chiamo Simona, giusto il tempo di dirle che ci sentiremo più tardi. Tanto stanotte non ho voglia di dormire. Voglio godermi tutto. Anche la necessaria e indispensabile solitudine di questo minuscolo appartamento di Rogoredo. Di colpo non vorrei più andarmene via. Berlino è così lontana e così vicina allo stesso tempo, ma, ora come ora, mi interessa il giusto: non è la meta, ma il viaggio.

E, in fondo, è stato solo un anno o un momento fa.