Non siamo noi razzisti, sono loro che sono Juventini

di Sandro Scarpa |

Il razzismo è una cosa atroce, la lotta al razzismo è una cosa seria, il tema del razzismo è serissimo.
La violenza è una cosa atroce, la violenza nelle curve è una cosa seria, il tema della violenza è serissimo.

Poi c’è il calcio italiano, ci sono i politici, c’è chi racconta tutto. Ed è, ovviamente, tutto molto ridicolo.

In uno stadio si è calati in un mondo simbolico con regole peculiari con la sublimazione di istinti animaleschi e guerrieri che degenera in insulti, attacchi verbali al nemico con ciò gli fa più male: l’offesa personale, alla famiglia e, gradino più odioso, all’appartenenza territoriale, all’etnia. Spregevole.

Non conta se non sei mai stato razzista, se al di fuori dello Stadio sei civile e solidale: se fai un coro razzista, il coro non ti connota come fautore di ideologie razzista, ma in ogni caso stai facendo qualcosa di RAZZISTA, lo sei in quel momento. Senza sé e senza ma!

Non conta il simbolismo dello stadio o la rivalità sportiva. Se sei in competizione per un posto di lavoro e vuoi disturbare un candidato rivale non gli urli “Buuu, sporco negro!”. Se lo fai, anche se non mai stato razzista in vita tua (difficile) e anche se quella frase ha una specifica funzione di “disturbo”, resta tuttavia inequivocabilmente RAZZISTA. E’ inconcepibile operare distinguo, fornire attenuanti, pensare che beh, sì, ogni tifoso nella trance di una gara mormora epiteti e inviti alla morte a rivali, arbitri, perfino ai suoi. Se disturbi un rivale evocando istinti subumani e ideologie mostruose non voglio avere a che fare con te e non ti giustifico, mai!

Non si possono fare distinzioni e va apprezzata la solidarietà per Koulibaly o per altri. Bisogna colpire i colpevoli, abolire la responsabilità oggettiva che tiene in ostaggio i club e comprendere che la chiusura della curve, Juve o Inter, non attenui il fenomeno ma lo accentui, oltre a danneggiare altri tifosi.

Ciò che però, reprimevo in me, vista la delicatezza del tema, era il pensiero malevolo che il GIUSTO moto di solidarietà e la DOVEROSA attenzione mediatica all’episodio fosse, forse, dovuta all’appartenenza ad una certa squadra, e forse, in piccola misura, al risultato di quella specifica partita. Ma queste brutte illazioni e speculazioni me le tenevo dentro.

Era da apprezzare il pensiero limpido di giornalisti che, più di altri, insistevano sulla necessità di non abbassare la voce sul tema razzismo negli stadi, al di là di proposte esagerate e procedure bislacche.

In particolare ecco uno dei giornalisti, direttore di quotidiano (CorSport) più solerte e attivo:

Bravo! Ciò che dovremmmo pensare tutti, sempre! Nessun attenuante, nessuna tolleranza. Bravissimo.

Anche la Gazzetta, fino a sabato pomeriggio ha tenuto alta l’attenzione sul tema con tolleranza zero:

Giusto e doveroso.

Poi però accade che, giochi un’altra squadra, bianconera, in un campo non amichevole negli ultimi anni (ma sassi e bastoni contro i pullman non sono un “tema”, e “Brucia un gobbo” è folklore) e uno dei giocatori, l’italiano Kean, subisce lo stesso odioso trattamento di Koulibaly, i lugubri “buuu” rivolti al colore della pelle e al rivale in campo. Spregevole. Poi si continua con i “buuu” anche ad altri, da Douglas Costa a Khedira, Emre Can, Bernardeschi e poi buuu a tutti gli altri.

C’è un moto di sdegno da parte di tutti, con l’annuncio dello speaker contro i cori razzisti nell’intervallo.

Poi però lo stesso giornalista per cui il razzismo non lo decide chi ulula ma chi subisce, mentre il caso monta, riceve “decine di messaggi” da chi ha ululato, che invece stavolta decide eccome:

anche la Gazzetta, che solo poche ore prima era stata così dura su Lazio-Novara, ora precisa:

E’ TUTTO UN MALINTESO!!

In realtà NON è razzismo! Hanno iniziato con Kean, ripetutamente, ma poi anche con altri, dai!

La Gazzetta è così tignosa nel difendere i tifosi accusati di tal vile malinteso che il giorno dopo pubblica il comunicato del Centro Bologna Clubs, ripreso anche da La Repubblica che chiosa “Non è razzismo!”:

Insomma: buuu dopo un primo tiro, buuu dopo il gol, buuu a metà ripresa, buuu ai compagni, annunci dello speaker, gara non sospesa, giornalisti che ricevono messaggi, quotidiani che difendono i tifosi, UEFA che se ne sbatte, l’arbitro che non sarà massacrato e Pecoraro che ovviamente se ne fotte. Vuoi vedere che va a finire come le scritte dell’Heysel a Firenze?…

Parafrasando Zazzaroni:”Il razzismo non lo decide chi lo subisce, ma chi lo racconta“.

Chiosando, per citare gli immensi (e dimenticati?) Covatta e Paolantoni in un formidabile sketch (che oggi sarebbe bandito subito): “Non siamo noi razzisti, sono LORO che sono JUVENTINI!“.