Ravanelli compie 50 anni: Penna Bianca e la “Vittoria di Dio”

di Riceviamo e Pubblichiamo |

L’autostop per andare ad allenarsi a Perugia e un panino addentato al volo durante il tragitto. Le partitelle per strada, la prima palestra per molti calciatori della sua generazione. E un sogno sin da bambino, vestire la casacca bianconera come Platini e fiondarsi dritto in rete.

La prima è quella del 29 settembre 1992. Allo stadio Antonis Papadopoulos di Famagosta, la Juventus gioca la partita di ritorno contro l’Anorthosis, già battuta allo Stadio delle Alpi per 6-1 nella sfida d’andata dei trentaduesimi di finale di Coppa Uefa. Anche a Cipro il copione si ripete e la squadra capitanata dal Trap porta a casa la vittoria per 0-4. A dare il via alle marcature c’è un una sorta di gladiatore di 1,90 dai capelli incanutiti avanti tempo, Fabrizio Ravanelli, ribattezzato Penna Bianca proprio per questa sua caratteristica, come prima di lui Roberto Bettega. Durante le interviste del post partita, Ravanelli parlando della sua prima rete in bianconero si dichiara soddisfatto e si dice fiducioso che il Mister lo inserisca più spesso nelle sfide di Campionato.

E’ l’inizio del colpo di fulmine tra la Vecchia Signora, la sua tifoseria e Penna Bianca. La sua affermazione in bianconero comincia già nella Juve del Trap, dove inizia stabilmente ad affiancare Vialli e Baggio in attacco; ma la sua consacrazione è con Marcello Lippi: nel primo anno del tecnico viareggino alla Juventus, Ravanelli va a segno 30 volte in stagione, diventando simbolo del “tridente operaio”, insieme a Gianluca Vialli e all’astro nascente Alessandro Del Piero. La qualità e la quantità che i tre riescono ad abbinare, consente a Lippi di schierare una squadra offensiva ma equilibrata. Per Fabrizio, che spesso ripiega fino alla linea difensiva per aiutare i compagni, quell’anno arrivano altri record e reti memorabili: cinquina contro il Cska in Coppa Uefa a settembre 1994,  doppietta nella sfida scudetto dell’8 Gennaio a Parma (poche ore prime di diventare papà per la prima volta).

Arrivano anche i primi titoli pesanti, lo Scudetto (che torna in bacheca dopo ben 9 anni) e la Coppa Italia, mentre il sogno europeo minore (la Coppa Uefa) sfuma soltanto in finale. 

Ravanelli è diventato leggendario anche per il suo modo unico di esultare, brevettato dopo un gol contro il Napoli: corsa a perdifiato a braccia tese e trasformazione in un uomo mascherato, con la maglia da gioco rovesciata sul viso. 

Una di queste maglie in particolare è assolutamente impossibile da dimenticare.

E’ blu con le stelle gialle, è la maglia della sua ultima esultanza come numero 11 juventino. La maglia della sua ultima rete con il club torinese, la maglia impressa a fuoco nella memoria dei supporters, il marchio del giubilo corale, del cuore impazzito, della voce che manca a forza di urlare.

E’ il 22 maggio 1996.

Ravanelli firma il gol del vantaggio che avvia la Juventus a battere l’Ajax e a vincere la tanto attesa Champions League, l’ultima Coppa dalle Grandi Orecchie vestita di bianconero, la numero due della storia del club, un sogno che prende forma e che in seguito diventerà purtroppo una chimera ritrosa, una fantasticheria continua. Fabrizio è l’ultimo campione in maglia bianconera a segnare su azione in una finale di Champions poi vinta. La sua è in assoluto, oltretutto, la prima rete su azione della Juventus in una finale di Coppa Campioni, nella storia quasi centenaria della Madama. Una palla che rotola, apparentemente inoffensiva, osservata con indecisione da Var Der Sar e Silooy. Nella foga agonistica e nella fede con cui Penna Bianca decide di contenderla e di poterla trasformare in rete, c’è tutto il carattere e la qualità dell’attaccante umbro; nell’esultanza quando il pallone, lentamente, varca la linea, c’e’ tutto l’entusiasmo del popolo bianconero che già allora viveva quella Coppa come un desiderio da appagare. Ironia della sorte, Fabrizio, mancino sopraffino, mette a segno di destro il gol più importante della sua carriera.

 

Nato l’11 dicembre del 1968 a Perugia, Ravanelli, juventino per vocazione sin da piccolo (“Quando la Juventus giocava dalle mie parti chiedevo a papà di portarmi allo stadio”), cresciuto nelle giovanili del Perugia e messosi in luce in prima squadra, ha tanta grinta e caparbietà che riesce, in un paio di stagioni, dalla Reggiana in Serie B a diventare il blasonato numero 11 della Vecchia Signora. Non senza qualche intoppo; acquistato dalla Juventus nel 1992, viene lasciato ancora una stagione nel club di Reggio Emilia; una stagione che parte nel migliore dei modi ma poi – dopo un mercato di riparazione nel quale cerca invano di portarlo anzitempo a Torino (il club emiliano, allenato da Pippo Marchioro, si oppone al trasferimento immediato) – il rendimento del perugino cala, e sono in molti ad accusare Penna Bianca di trascurare i granata, rimpiangendo il passaggio bianconero momentaneamente sfumato e pensando più al futuro che alla presente. Non potevano dirmi cosa più offensiva – dichiarerà – ho sempre cercato di dare il massimo”.

Il suo arrivo alla Juventus, il sogno di sempre, portato avanti da quando rigirava tra le mani gli eroi ritratti sulle figurine Panini, il sogno che infine si concretizza, è dunque sofferto. Lo sarà anche l’addio, inatteso.

La Champions è fatta di tappi che saltano e lacrime che scorrono per la felicità, ma anche per il ricordo dell’amico di sempre e compagno di squadra, il difensore Andrea Fortunato, con il quale Ravanelli aveva vinto il Campionato del Mondo militare. Durante la degenza a Perugia del terzino campano, in lotta contro la leucemia, Ravanelli e la sua famiglia si mettono a disposizione dei congiunti di Andrea, offrendo l’ospitalità nella loro casa di Ponte San Giovanni.

La Champions è una Coppa che si alza al cielo: “E’ la vittoria di Dio…”, dichiarerà Ravanelli estatico nelle interviste a caldo dopo il rigore decisivo di Vladimir Jugovic. Un’immagine trascendente come  momento di condivisione proprio con Andrea, oltre lo spazio e il tempo.

La Champions è un brutto risveglio che porta con sé il freddo delle brughiere inglesi. Ravanelli viene ceduto al Middlesbrough. Non lo consola l’ingaggio raddoppiato, si sente scaricato dal grande amore della sua vita, uno di troppo, qualcuno che non rientra più nel piani della Vecchia Signora. Sperava in un rinnovo contrattuale, invece fa esperienza, sulla sua pelle, di come la Juve nel bene e nel male sappia guardare solo avanti, e  saluta senza troppe smancerie. 

Il tridente non esiste più. La vita di spogliatoio fatta di barzellette in napoletano raccontate da Ciro Ferrara o le cene del giovedì organizzate da Vialli per tutta la squadra, svaniscono. Ma non la sua determinazione, la sua umiltà e il suo spirito di sacrificio. E’ sua la tripletta contro il Liverpool all’esordio in Premier League. 

Altra maglia che si alza, altre reti indimenticabili.

31 in 48 partite sono le marcature della sua annata nel grigiore del North Yorkshire, che non bastano per evitare la retrocessione al Boro. Poi c’è il Marsiglia, la Lazio. In biancoceleste è poco più che una comparsa, ma fa in tempo a regalarci un brutto dispiacere, quello dello scudetto del 2001, gettato alle ortiche dalla Juventus nel pantano di Perugia (proprio a casa sua…) e vinto in rimonta dagli uomini di Eriksson. Dopo un nuovo passaggio nel Regno Unito chiude la carriera e il cerchio lì dove erano iniziati, nella sua terra nativa.

Ma di una storia così lunga, vent’anni di carriera professionista e 246 gol, sono quei quattro anni in bianconero a rimanere indimenticabili.

Per noi e per lui.

di Silvia Sanmory (@Silvyaesse)