Da Ranieri alla Juve, questo è il calcio italiano

di Simone Navarra |

Mettiamo il naso in casa d’altri. Nelle prossime settimane lo faranno in tanti, per fare bene o male, dentro l’Allianz Stadium. Arriveranno e diranno la loro. Facciamoci gli affari loro perché più d’uno si impiccerà dei nostri. Ed allora cominciamo dal più facile e vicino, il ritorno di Claudio Ranieri alla Roma e l’esonero di Eusebio Di Francesco dalla panchina giallorossa. Breve riassunto. La decisione, più o meno sensata, arriva il giorno dopo l’eliminazione dalla Coppa e nemmeno 24ore dopo che il suo proprietario-presidente ha sparato contro la Uefa, l’organizzazione del calcio e tutto il resto che ne consegue. In qualsiasi altro ambiente industriale, di lavoro, in una fase simile si stringerebbe la cinghia e si spingerebbe con quel che si ha a disposizione. L’adagio sarebbe che se qualcuno ti ruba la macchina tu non ti separi dalla moglie. Non avrebbe senso. 

Nel calcio, però, spesse volte funziona così. La squadra subisce delle ingiustizie, vere o presunte? Tu dopo aver preso un po’ di sconfitte decidi di cambiare guida tecnica. I giocatori, in fondo, hanno sofferto come te in tribuna ed allora va rimosso quel mister che poteva spingere ed invece frenava. 

L’esempio che non si può dimenticare è certamente dell’Inter che a un certo punto della sua storia decise di mandare via Luigi ‘Gigi’ Simoni, il trainer del ‘non rigore su Ronaldo’ e chiamare al suo posto quello che allenava “gli altri”, Marcello Lippi. Il nostro eroe di Viareggio resistette un’annata e qualcosa. Il punto non è ricordare i perché ma sottolineare il fuori obiettivo. Si crede ad un progetto? Si ha fiducia nell’uomo o in quelli che con te hanno lottato? Non decidi di buttare tutto all’aria quando qualcuno da fuori si prende il risultato che tu inseguivi. Perché si fa la guerra con gli alleati e non gli si bucano le ruote allorquando le cose non vanno come previsto. Mi piace, allora, tornare dalle parti della Continassa per ascoltare le parole di Allegri e gioire dei silenzi del presidente Agnelli oppure delle poche parole pubbliche di Paratici e Nedved. Quando si dovette dare senso si chiese ai giocatori, alla squadra, agli uomini che c’erano, ed arrivò il condottiero giusto. Questo respiro di sport, di programmi che valgono fa capire ancora di più perché piace l’essere juventino. 

Dicono che tra qualche settimana tutto potrebbe cambiare per Allegri. Lo ripetono da giorni. Lo si continua a scrivere. Il mister che potrebbe portare ancora più lontano sarà una vecchia conoscenza? Oppure un profeta ben pagato, con lo scilinguagnolo capace di dribblare ogni interrogativo dei media? Alla Juve, c’è da scommetterci, prenderanno un soggetto che ama il campo e se ne frega del resto. Perché al contorno ci pensano i dirigenti, gli altri volti più o meno noti di una società di calcio. Sembra un ragionamento scontato, previsto, come dire il risultato di 2+2. Ma non è così. Perché questo è il calcio italiano.