Ranieri, chapeau

di Giulio Gori |

In Premier League è accaduto uno degli eventi più incredibili della storia dello sport. Il Leicester ha vinto il campionato pur partendo dall’ambizione della salvezza e con pochissimi giocatori di alto livello. A portare le Foxes a vincere la Premier è stato un uomo di calcio da anni bollato con quella vile espressione che è «zero tituli». Quel Claudio Ranieri, che pur arrivando al primo grande successo di carriera a 64 anni, non rappresenta affatto una sorpresa per chi è abituato ad andare oltre la patina delle frasi fatte e dei pregiudizi.

Claudio Ranieri è un ottimo allenatore. Lo è sempre stato. Lo era quando guidava la Juventus, lo era prima, lo è rimasto. Non è un fuoriclasse della panchina, non è un Guardiola, certo. Ma è uno di quegli artigiani che conoscono benissimo il pallone e, pur non essendo dei rivoluzionari visionari, hanno mestiere. Niente effetti speciali, niente colori ultravivaci. Cose semplici, squadra corta, ordine, insegnare ai ragazzi aspetti non esaltanti ma decisivi come non prendere gol sui calci d’angolo e valorizzare il talento che si ha a disposizione. Non sarà Guardiola, ma i fuoriclasse della panchina sono pochissimi; e i tanti che li scimmiottano sbattendo i pugni sono spesso palloni gonfiati di cui diffidare.

Claudio Ranieri non è una sorpresa, a differenza del suo Leicester. Sì, ha avuto stagioni storte, ma qualunque tecnico con una carriera lunga di scoppole ne ha prese. Ne ha prese Sacchi, ne ha prese Lippi, ne ha prese Capello. Ma per lui le stagioni positive sono la maggioranza (tanto è vero che è retrocesso una sola volta in 28 stagioni da allenatore). Eccole. Ranieri prende il Cagliari dalla C e lo porta in due anni in A. Riporta in Europa il Napoli del dopo Maradona. A Firenze, ottiene subito la promozione in A e poi vince Coppa Italia e Supercoppa. E raggiunge la semifinale di Coppa delle Coppe con Carnasciali, Falcone, Schwarz e Firicano. Col Valencia vince la Coppa del Re, poi riporta il Chelsea in Champions, dove arriva alle semifinali, e al secondo posto in Premier. A Parma, compie un miracolo, con una salvezza impossibile. Alla Juventus neopromossa dei Legrottaglie e dei Molinaro, raggiunge il 3° e il 2° posto (nel biennio successivo i bianconeri si fermeranno due volte al 7° posto). Poi c’è la Roma: lui arriva alla terza giornata al posto del dimissionario Spalletti, i giallorossi sono a 0 punti, con l’Inter del genio Mourinho a 4; finirà il campionato a 2 punti dai nerazzurri, avendo fatto 2 punti in più del portoghese. In Francia, prende il Monaco dalla Ligue 2 e lo riporta nella massima serie, superando gli obiettivi della società e arrivando secondo. Poi il Leicester…

Con una carriera così, come nasce il mito del Ranieri perdente? Si dirà, proprio perché non aveva mai vinto nulla d’importante. Ma una squadra per vincere non l’ha mai avuta, neppure quest’anno. Si potrà eccepire che i bravi allenatori ottengono buone squadre. Non è sempre vero: ci sarebbe da porsi delle domande sul perché un Blanc, un Mihajlovic o uno Zidane, per dirne solo alcuni, non si occupino di squadre di briscola o di ramino. I motivi veri di questo falso mito sono due. Due e basta. Il primo risale ai tempi di Londra: il Chelsea va bene, Ranieri ha buona stampa (malgrado l’epiteto bonario Tinkerman), ma Abramovic vuole Mourinho. Nulla di strano fin qui. Ma il portoghese, per costruire il proprio personaggio, si mette a sparare sul suo predecessore. In un modo tanto vigliacco quanto efficace. Sfotte Ranieri per il suo pessimo inglese, pur parlandolo peggio, e mette a confronto i rispettivi risultati. Ma dimentica di dire che lui beneficia di una campagna acquisti faraonica. Capitolo due, Ranieri allena la Juve nel peggior contesto ambientale della sua storia: i tifosi vogliono la rivincita, ma quella squadra mette insieme campioni in fase discendente e giocatori mediocri. Ottiene il massimo. Ma c’è un fatto che lo travolge. Il 18 ottobre 2008, la Juve gioca a Napoli. È sull’1-1 e Ranieri toglie Del Piero per mettere De Ceglie. E i bianconeri perdono 2-1. Nessuno capisce quel cambio. Ma a fine partita Ranieri spiega: non avrebbe voluto puntare al pareggio, ma si è trovato con tutto il centrocampo con guai muscolari; l’unica possibilità era coprirsi. Giusto? Sbagliato? Il risultato gli dà torto, ma la spiegazione ha una sua logica. Nulla da fare: giornali, tv, tifosi sui social si scatenano, ignorando quella spiegazione; nessuno va nel merito, nessuno gliela contesta, tutti la saltano pie’ pari parlando di decisione «incomprensibile» e descrivendo Ranieri come il «perdente» per antonomasia. Con Mourinho (con la sua squadra di stelle, mica con Knezevic, Molinaro e Poulsen) che continua a sfotterlo, nessuna possibilità di recuperare credibilità. Neppure dopo la doppia vittoria col Real. Figurarsi, solo merito di Del Piero…

Eppure è proprio con Ranieri che Del Piero vince per l’unica volta la classifica dei cannonieri. A 34 anni. Idem per Batistuta, che solo con lui segna 26 gol in un campionato. Ranieri fa esplodere Pepito Rossi, fa sembrare decenti Palladino e Berbatov. E fa impazzire l’Inghilterra con Vardy e Mahrez. Un allenatore di mestiere, magari con una sovrastruttura tattica non troppo ingombrante, sa come far sbocciare i fiori più belli, li mette nelle condizioni di dare il meglio. E dietro lavora sulla compattezza, anche quando c’è da far le nozze coi fichi secchi: alla Juventus, ha tra le mani Legrottaglie, uno che difende maluccio, ma che sa muoversi bene; lo usa per estremizzare il fuorigioco, guidare Chiellini e compagni e, in questo modo, forgiare la squadra più corta della serie A. Persino Mourinho è costretto ad ammettere, masticando fiele, che la Juve è la squadra tatticamente più ordinata del campionato. Per non parlare della prima stagione a Roma: una rimonta esaltante, con nove vittorie nelle ultime dieci partite. Ma per i saltatori sui carri comodi, nove vittorie su dieci testimoniano «il braccino corto di Ranieri».

Non basta, non basta mai. Non ha carattere, non ha le palle, è un perdente… le solite ovvietà. Ma i vincenti e i perdenti non esistono, sono concetti pecorecci da film americani. Semmai ci sono i fuoriclasse, quelli bravi e quelli mediocri. Ranieri è uno bravo. E se tutti sappiamo che Messi è meglio di Giaccherini, meglio mille volte Giaccherini di quei brasiliani ciofeca comprati a peso d’oro, perché san fare il doppio passo, e rimpatriati col foglio di via, perché perdono sempre palla. Ranieri non sarà Guardiola, ma meglio lui degli ex calciatori che non hanno mai allenato («ma c’ha il cuore bianconero, eh…») o di quelli che sbattono le porte sperando così di mascherare la propria inadeguatezza tecnica.

Nel calcio, sbagliare una previsione è la regola. Son talmente tante le variabili che il grosso delle volte si prendono cantonate. Tutti. Quello che è imperdonabile è mantenere una convinzione sbagliata anche di fronte ai fatti. I fatti di Ranieri c’erano già, lampanti: erano i suoi risultati. Ora, col Leicester, i fatti diventano giganteschi. Il Leicester ha vinto la Premier League. Se non è chiaro, il Leicester ha vinto la Premier League! Ranieri ha compiuto una delle più grandi imprese che lo sport ricordi. E da oggi, per chi crede alle definizioni pecorecce dei film americani, è anche un vincente.

Ma per quelli un po’ più attenti era bravo già prima.