Rai Roma Channel

di Sandro Scarpa |

La redazione sportiva Rai è una location romanocentrica giallorossa, di laziali ce ne sono pochi. Io (juventino ndr) sono visto come un gatto nero in chiesa bagnato, quando passo fanno gli scongiuri, dicono che sono della Rubentus. Questo è l’ambiente che c’è a Saxa Rubra, ormai ci ho fatto il callo”. Mario Mattioli.

Mattioli è un giornalista Rai Sport in pensione, diviso in carriera tra calcio e boxe. Abituato a commentare pugni, diretti, montanti o colpi bassi sotto la cintola. Avvezzo ad un clima con un’ostilità così soffocante e pervasiva da sentirsi in dovere di denunciarlo ora.

Nella deontologia giornalistica (sportiva o no) il dovere di accuratezza, imparzialità e soprattutto terzietà rispetto a partiti, interessi o soggetti coinvolti, è probabilmente il più imprescindibile. Ancora di più forse dovrebbe essere per il calcio, che è la religione nazionale, che è il partito unico della Nazione.

In Italia non ci sono passioni alte e nobili, non ci sono guerre civili, carestie, tragedie umanitarie, non ci sono rivoluzioni politiche. L’unica passione totale e onnipresente è il calcio: il superfluo che diventa fondamentale. Per questo l’attenzione che su questo tema dovrebbe porre un giornalista (o opinionista, conduttore, ospite, cronista, commentatore) del servizio pubblico dovrebbe essere certosina. Questo non è un gioco, per capacità di mobilitazione di cuori e soldi, e per la possibilità di fomentare, veicolare e canalizzare sia passione che odio.

Un giornalista sportivo Rai dovrebbe essere quindi un accuratissimo sacerdote del pallone, immacolato e cristallino. In Rai Sport invece pare ci sia (dalle parole di Mattioli) un ambiente da AS Roma Club che ti avviluppa, ti permea, e finisce per condizionarti.

Non è solo e tanto la provenienza geografica o il tifo (a parte casi patologici di ultrà alla Varriale) a determinare la capacità di un giornalista o di una redazione di essere corretta ed imparziale. Tifo e onestà intellettuale possono essere compatibili, ma solo con la rinuncia totale del primo in ambito professionale. Se non riesco invece a sopprimere il mio essere tifoso posso esibirlo o rivendicarlo con orgoglio, ma devo scegliere un altro lavoro, altro che il sacerdote del servizio pubblico!

Le passioni, le allusioni, le frecciatine, le urla belluine (“chi ha urlato al gol del Chelsea!?“) non vanno solo contenute e mortificate, semplicemente devono essere soppresse, come le tentazioni carnali in chi sceglie di fare il prete. Altrimenti è impossibile tenere fede all’obbligo professionale di equidistanza.

Ma alla Rai si va oltre. Non è solo il singolo, non sono solo i singoli nomi, Mazzocchi, Gentili, Valeri, Villa, Volpi, Civoli, Varriale, Cerqueti, Bizzotto, Paola ferrari, Paganini, Bezzi, Failla, Rolandi, Gandolfi, Sanipoli, Lollobrigida, Fusco, Goria, Rimedio, Antinelli, Cardinaletti, Pescante…

Potreste dire quali di questi tifa Roma o no? Quale di questi è romano o no? Chi viene da emittenti private romane e romaniste o no? Potreste dire quali di questi è un bravo e imparziale giornalista e quali no? Forse sì, forse no. Il problema non è il singolo giornalista più o meno tifoso. Riccardo Cucchi, che da poco ha lasciato Tutto il Calcio Minuto per Minuto ha ammesso di tifare Lazio, così come Francesco Repice è dichiaratamente romanista. Eppure nelle loro cronache, nel loro lavoro, non traspare il tifo, ma la passione smodata per il calcio, per il loro lavoro, per l’assoluta correttezza ed imparzialità, sempre dimostrata.

Casi rari. Tutto il resto trasuda di ROMANISTIZZAZIONE. E’ la verità: si respira quel clima, dalle piccole emittenti locali, alle radio, alla Mamma Rai completamente pervasa. C’è il cameramen che ti fa un certo sguardo se parli di Juve, il redattore amico di amici del club, l’assistente, lo studio intero.

Un afflato, un’atmosfera che, aldilà del romanismo puro e duro, finisce per aleggiare pesantemente nel racconto televisivo e sportivo. Ammiccamenti, battutine, allusioni, frecciatine, un sostrato di romanismo comodo e omologante che induce ad esempio il “giornalista serio” di Report a fare la battutaccia contro la Juve, che porta il cronista ad urlare in modo smodato all’arrembaggio Roma contro il Toro, che porta l’opinionista a dichiarare di aver pianto al ritorno in campo di Strootman.

Chiaramente il micro/macrocosmo romanista Rai Sport è poi per sua natura e inclinazione pertinacemente antijuventino. Questo non vuol dire che i giornalisti Rai siano antijuventini deliberatamente, sanno bene che devono dimostrare un’aurea di equilibrio e che molti dei loro spettatori sono bianconeri. Però l’ambiente trascina (o affossa), l’aria è quella che porta la conduttrice ad esultare al gol di un Higuain in maglia azzurra e non in maglia bianconera, al comico opinionista di sorridere se Benatia viene apostrofato in malo modo (da chi? non si sa ancora), che induce la giornalista a segnalare come la decisione del VAR (finora osannato) contro il tuffo di Pellegri diventa “l’episodio che ha deciso il risultato“, il cross di Isla a Peluso è “assolutamente uscito, fidatevi, l’ho visto io!“.

A quel punto è facile poi trovare la sponda nei pur “equidistanti” colleghi nerazzurri alla Civoli, alla Palmeri, o bolognesi filo-napoletani alla Zazzaroni, napoletani alla Varriale e si finisce per fare il solito giochino: sarebbe bello se lo Scudetto andasse altrove...tifiamo per la competitività ed alternanza del nostro calciofacciamo lo speciale VAR parlando di Iuliano-Ronaldo e compagnia ammiccante, coi tweet in cui Chiellini è l’impunito o Pjanic sarà mica un campione se va alla Juve…

Si arriva ad un tale insostenibile lassismo antijuventino, quasi per inerzia, che addirittura, in un atto di eroismo estremo, l’ultimo arrivato in Rai Roma Channel, il viola e insospettabile Sconcerti, si è sentito in dovere, qualche mese fa, di sbottare in diretta contro l’assurda campagna di demonizzazione post-Juve-Inter, quando a distanza di 8 giorni alla Domenica Sportiva si continuava a parlare di episodi farlocchi.

“La redazione sportiva Rai è una location romanocentrica giallorossa” dice Mattioli, non “i giornalisti Rai sono tutti romanisti” ma la location. Quasi come gli studi, le telecamere, le scrivanie e i muri avessero di per sé un colore giallorosso, per tradizione, per consuetudine e contiguità, per selezione naturale. Era così negli anni in cui il nemico era la Juve di Moggi, e l’ambiente romanista aveva contiguità anche con quello delle caserme dei carabinieri, delle procure, del parlamento, è stato così negli anni in cui l’avversario era l’Inter post-calciopoli ed è così di nuovo negli anni di dominio bianconero.

Poi c’è il telespettatore, che però ha un potere nettamente superiore: il telecomando.