La radio e il siluro di Coppa Italia

di Juventibus |

È curioso constatare come a scadenza regolare nella vita di un uomo arrivi quel fatidico momento in cui si pensa che i propri tempi, le proprie passioni, i propri miti, i propri momenti clou, siano stati migliori, e di gran lunga, di quelli che potranno mai vivere le generazioni attuali e, ancor più, quelle future.

È successo con mio padre a mio nonno (distaccato simpatizzante juventino, lui che non aveva tempo per il “gioco” del calcio, impegnato com’era nel suo riscatto sociale provenendo dalle miserie della Sila degli anni ’20), riguardo le sue distrazioni dagli studi per cose inutili che non riusciva a comprendere né tollerare come l’andare a divertirsi con gli amici; è successo al mio papà (ailui accanito interista) con me, sbattendomi in faccia la bellezza di un fermento giovanile politico fatto di slanci e di ideali che io non avrei mai avuto – e aveva per altro ragione se penso al grigiume odierno; e sta succedendo a me con mio figlio. Proprio io che ho sempre creduto in modo convinto che ognuno è un prodotto dei propri tempi e che essere nostalgici sia fatica sprecata visto che la società è in continua metamorfosi, piaccia oppure no.

Ma tant’è, mi ritrovo qui a chiedermi, sperando che mio figlio si appassioni anche lui ai colori bianconeri: riuscirà a capire fino in fondo cosa significhi amare la Juventus? Avrà il tempo e la pazienza per curare questa passione in una società che fagocita tutto in fretta e poi lo sputa via?

La mia infanzia è stata diversa da quella che è la sua, il salto generazionale è abissale. Io sono un figlio del 1980 ed ho iniziato a seguire la Juve senza un motivo preciso, improvvisamente tra i 6 e i 7 anni mi sono avvicinato a Lei per non staccarmi più. Si, c’era ancora l’eco lontana del leggendario Mundial spagnolo infarcito di assi bianconeri, ma non è stato per quello. Non è stato nemmeno per le vittorie nelle stagioni precedenti, perché poco ne capivo o mi importava all’epoca.

Accadde, punto.

E ho dovuto aspettare 9 lunghissimi anni per godermi appieno il mio primo scudetto, fino al campionato di grazia ‘94/’95. Nel frattempo rarissime gioie, ma in compenso ho visto vincere tutti: milanisti, interisti, napoletani e persino sampdoriani…ma mai la mia scelta ha vacillato. Anzi, proprio in quegli anni di analogico patinato e di carta, di mancanza di pay-tv e internet, io ho costruito e alimentato la mia fede, anno dopo anno, delusione dopo delusione. Dilapidando tutta la paghetta settimanale in edicola per le figurine Panini, per i poster dei calciatori, per Juve Squadra Mia con i suoi gadgets favolosi prima e per Hurrá Juventus poi, per dozzine di VHS sulla Vecchia Signora. Ma soprattutto nell’attesa la domenica pomeriggio di “90° minuto” e ascoltando la radio, laddove le partite potevi solo immaginarle per viverle e la Juve era un sogno lontanissimo.

Proprio alla radio è legato l’aneddoto clou del mio tifo adolescenziale: novembre 1991, turno infrasettimanale di Coppa Italia contro l’Atalanta, forse la davano alla Rai ma mio padre per problemi scolastici mi mise in punizione: in cameretta a dormire senza televisione. Non demorsi e accesi la radio a volume bassissimo per non farmi sentire. Il radiocronista ad un tratto raccontò di una punizione molto distante dalla porta, sul punto di battuta c’era Julio Cesar, imponente difensore brasiliano dalla pelle d’ebano e dal passo dinoccolato. Attesa infinita….. Chi stava dall’altra parte dell’etere si esaltò per una bordata incredibile calciata sotto l’incrocio dei pali e strillò in modo concitato, ed io con lui, non riuscendo a trattenere la mia infantile eccitazione. Papà sentì, venne in camera furioso e prolungò la punizione per una settimana. Pazienza, la Juve aveva vinto 3 a 1 con un grande gol che soltanto al TG del giorno dopo potei finalmente vedere, e io ero davvero felicissimo.

Ecco….mi chiedo ora se mio figlio avrà la forza e la calma di resistere alle sconfitte o ancor di più all’appagamento dalle vittorie, all’odio altrui, alle menzogne della stampa, a questo clima avvelenato. Se riuscirà a non stufarsi adesso che è tutto disponibile, digitale, facilmente accessibile. Se il consumismo non si trasformi per lui in qualunquismo. Se avrà l’ostinazione di costruire il suo puzzle da tifoso come ho fatto io, pezzo dopo pezzo. Se non troverà troppo banale la semplicità legata ad alcune emozioni calcistiche. Se un Julio Cesar qualsiasi vestito di bianconero in una umida notte di novembre riuscirà mai a catturarne l’attenzione in modo indissolubile.

Ai posteri l’ardua sentenza.
Io, forse ingenuamente, ci spero.

 

di Lorenzo Nicoletti