Questo non è più calcio

di Nino Flash |

Finalmente si gioca!” Per noi tifosi sembra una liberazione, dopo (ben) dieci giorni di astinenza da Juve. Dieci giorni da quella brutta partita di Lione, che si voleva cancellare subito, magari superando entrambe le milanesi in un infuocato Allianz. I continui rinvii, però, accompagnati da polemiche, incertezze e preoccupazioni, ci hanno fatto arrivare all’8 marzo, festa della Donna (e a maggior ragione della Signora), proprio per l’appuntamento più atteso del nostro campionato: quello del Derby D’Italia. Per alcuni una serata di calcio quasi dovuta, soprattutto a quella parte del popolo italiano che sta vivendo con angoscia interminabili giornate “a porta chiusa”, con i propri figli e congiunti, telestudiando o telelavorando, quando e dove possibile.

Ma una liberazione non è, e non sarà. Sarà piuttosto una breve illusione. Quella che “le partite di calcio al tempo del coronavirus si potevano giocare”. D’accordo, non c’è il pubblico, che nel calcio è quasi tutto, ma ci sono i campioni, le giocate. Vabbé, non ci sono le interviste post-gara né solerti bordocampisti a intercettare il “man of the match”. Ma ci sono i commenti dei tifosi, gli sfottò social, gli immancabili meme.

Dal bar dove staremo tutti rigorosamente seduti ad almeno un metro di distanza l’uno dall’altro, stando sicuramente attenti a non esultare troppo in caso di gol, non potremo tuttavia fare a meno di pensare a quello a cui staremo assistendo. Una partita? Che partita è? Ha senso una partita così?

Non più tardi di tre giorni fa il Governo Italiano ha stabilito con decreto, a tutela della salute pubblica (e individuale), la sospensione di tutti gli “eventi e competizioni sportive di ogni ordine e disciplina, svolti in ogni luogo, sia pubblico che privato”, istituendo però una deroga per “gli atleti agonisti” (eh già, l’agóne: antica disputa per onori e premi dell’Antica Grecia). A loro, forse perché simili a degli eroi, è consentito dunque disattendere raccomandazioni che non esentano nessuno, neanche gli operatori sanitari duramente impegnati a combattere questa maledetta epidemia.

Per quale motivo?

Lo dice, tra le righe, Damiano Tommasi, presidente dell’Associazione Calciatori: “Altri sport hanno deciso di non andare in campo, ma il Calcio no. Non c’è spazio, né tempo: si è deciso di giocare, per altre considerazioni, a porte chiuse. C’è un rischio anche per noi giocatori, dobbiamo prendere tutte le precauzioni per la sicurezza di chi gioca: in campo non si può certo rispettare la distanza di un metro… Tra i giocatori c’è chi è convinto di andare avanti e chi esprime preoccupazioni.

Secondo voi basterà lo spirito pugnace dei 22 contendenti a cancellare in loro quella paura – piccola o grande che sia – del contrasto, della contesa aerea della palla o di un duro faccia a faccia dopo un brutto fallo subìto?

Ciascun calciatore professionista che calcherà uno degli stadi deserti di questa surreale (e assurda) giornata di campionato avrà lasciato fuori dal campo ogni condizionamento esterno e interiore, e giocherà come se su quel prato verde sia impossibile la presenza dell’ospite più indesiderato?

Allora sarebbe da domandarsi: ma perché mai tutto questo? A che “pro” lo sappiamo, lo abbiamo capito. E’ il “contro” che non è stato troppo preso in considerazione. Costringere di fatto delle persone, padri di famiglia, a non rispettare delle prassi necessarie ed urgenti per salvaguardare la salute propria e del prossimo, manco fossero soldati in guerra, è solo l’ultima follia di un mondo, quello del Calcio, che pensa spesso di abitare sotto una campana di vetro dorato, immune da tutto e da tutti.

Ci si fermi in tempo, dunque! Non si giochi! Non è questo il calcio!

Perché prima o poi passerà anche questo brutto momento delle nostre vite. E solo allora si potrà e si dovrà tutti quanti (tifosi e giocatori), con ritrovata serenità, tornare ad abbracciarsi per un gol.


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