La questione DNA nella dialettica di Allegri

di Nevio Capella |

Archiviata un’altra tappa di questa surreale appendice di una stagione di fatto terminata intorno alle ore 22.30 del 16 aprile scorso, è andato in scena quello che ormai rappresenta l’unico interesse dell’intero ambiente Juve, le dichiarazioni di Massimiliano Allegri, ascoltate e lette al fine di interpretare quello che sarà il futuro del tecnico livornese.
Ieri sera tra l’altro l’attesa era ancora maggiore in quanto il passaggio dell’allenatore juventino ai microfoni di Sky rappresentava anche il primo rendez vous ufficiale con Daniele Adani dopo la zuffa verbale della scorsa settimana.

Se nella consueta intervista pre-gara Nedved ha confermato in maniera abbastanza stucchevole l’allenatore  (“ha un contratto, quindi resta”)  rendendosi ancora meno convincente quando ha aggiunto di essere mancato per tutta la settimana, di Allegri invece, come detto, incuriosiva innanzitutto l’atteggiamento che avrebbe avuto nel ritrovarsi di fronte al personaggio diventato quasi un iconico condottiero della legione “No Max”.
Esaurita lo parte delle prime domande di rito, la “strategia” è sembrata essere quella di prendersi la scena con un monologo senza precedenti durato quasi otto minuti durante i quali l’allenatore bianconero ha semplicemente ribadito il suo credo, cambiando qualche parola ed edulcorando alcuni concetti al fine di renderli meno autoreferenziali, come nel caso degli scudetti vinti e del pedigree di ogni singolo allenatore.

Ma il passaggio che ha attirato maggiormente le attenzioni dei tifosi è arrivato dopo il primo intervento di Adani, anche lui decisamente più calmo e disposto al dialogo, quando Allegri, nel rispondere ad una domanda sulla recente prestazione del Liverpool a Barcellona, ha fatto riferimento ad una questione di DNA societario nel ricordare di aver allenato nell’ultimo decennio la Juventus e il Milan, utilizzando questa differenza tra i Dna delle due squadre per rafforzare il concetto principale secondo cui non ha senso provare ad imitare (“scimmiottare” nelle sue parole testuali) determinate squadre e il loro modo di affrontare le partite quando non si hanno i requisiti per poterlo fare.

Probabilmente Allegri ha utilizzato questo paragone bizzarro e inaspettato semplicemente per portare acqua necessaria al mulino della propria filosofia e nel momento in cui c’era bisogno di difenderla nel miglior modo possibile per evitare di andare a finire un’altra volta in gazzara, oltre che per apparire credibile agli occhi di chi lo stava ascoltando.
In alternativa, potrebbe essere stato un modo diverso per esprimere nuovamente quel concetto di “timore” che, a suo modo di vedere, sarebbe ormai radicato nell’ambiente juventino ogni volta in cui parte la musica della Champions League, concetto che in passato ha più volte spiegato utilizzando l’esempio della paura che c’era al suo primo anno a Torino nel dover affrontare il Malmoe, non senza lasciare il forte sospetto che fosse anche un modo per attribuirsi il merito di aver migliorato questo difetto “congenito”.

Aver poi specificato che il suo era ancora il Milan di Berlusconi e di Galliani è servito a rendere meno inopportuno e fuori contesto storico il parallelo, visto che la quasi totalità delle grandi campagne europee rossonere è avvenuta sotto il regno del cavaliere mentre soprattutto in era moderna il Milan sta facendo clamorosamente fatica a navigare persino le acque dell’Europa meno nobile, ma per chi ha buona memoria è apparsa palese la contraddizione del ragionamento visto che basta andare indietro di quattro mesi e recuperare un passaggio della conferenza stampa precedente Juve-Chievo del 21 Gennaio, in cui Allegri parlava di Dna vincente della Juve come ingrediente che le consente di rinnovarsi di stagione in stagione trovando sempre le giuste motivazioni per rincorrere nuove vittorie su tutti i fronti, a prescindere da quale sia la competizione.

Se poi torniamo alla scorsa estate, troviamo l’allenatore juventino che nell’intervista post gara di Juve-Lazio (25 agosto 2018) utilizza la genetica per far capire come Cristiano Ronaldo si sia già ambientato perfettamente nel mondo bianconero, uscita che all’epoca pure destò qualche perplessità considerato che era tirato in ballo il calciatore ritenuto all’unanimità esempio di mentalità vincente.

Appare evidente quindi che, escludendo improvvisi cali di memoria, questo cambio repentino di visione sul dna sia stato utilizzato al solo fine di giustificare un’eliminazione europea cocente ma nei confronti della quale Allegri cerca in tutti i modi di sminuire l’importanza (e di conseguenza le proprie responsabilità) che in essa hanno avuto la carenza di idee, una mentalità spesso poco propositiva e l’aver sfruttato in maniera ridotta la potenzialità della rosa, al netto della falcidia degli infortuni reiterati, spesso tirati in ballo nelle recenti interviste ma per i quali è tacito che si debba chiedere spiegazioni a persone facenti parte comunque del suo staff.

E’ vero che tornando un po’ indietro con i ricordi, anche altri allenatori juventini del passato, tra cui Lippi e Conte, e giocatori rappresentativi come Chiellini hanno utilizzato questa metafora genetica per giustificare i loro ragionamenti, con il risultato che spesso era quello di esaltare l’ambiente rafforzando l’idea di una società che si differenzia positivamente da tutte le altre, ma adesso risulta poco credibile usarla per escludere che una quadra possa cambiare la sua eventuale predisposizione naturale per cimentarsi in soluzioni tattiche diverse, eventualità per Allegri diventa addirittura “scimmiottamento” di peculiarità altrui, a maggior ragione se sei da cinque anni l’allenatore di una società che in maniera massiccia sta provando a dare un’impronta alle sue giovanili il più possibile simile proprio a quella del Barcellona da cui invece ha preso le distanze, quasi a voler cancellare l’illusione che un giorno la Juve possa cambiare mentalità.

Le perplessità di questo ragionamento fatto in una sorta di monologo teatrale sui massimi sistemi calcistici, aumentano in maniera esponenziale se proiettate alla possibilità che Allegri sia effettivamente confermato un altro anno alla guida della Juve, perché sarebbe di conseguenza certificato che non potremmo aspettarci nulla di molto diverso da quanto visto e accaduto in questa tormentata stagione, riabilitata al suo termine solo da una mera questione numerica e “risultatista”.

In conclusione, le parole di ieri sera lasciano una sensazione netta di perdita progressiva di lucidità e serenità, conferenza dopo conferenza e intervista dopo intervista, e di un allenatore probabilmente alle corde innanzitutto dal punto di vista attitudinale e dialettico, elementi che ragionando con un filo di logica dovrebbero portare in una sola direzione: sederci pazientemente in attesa di novità e sviluppi senza rendere troppo stressante la fame di notizie è l’unica cosa che possiamo fare.