Quello strano modo di reagire della Juve

di Massimo Zampini |

Ho esultato felice. Non mi capita così di frequente, di esaltarmi così per una normale partita di campionato, dopo tanti scudetti di fila e contro una squadra di livello decisamente inferiore alla nostra. Ma stavolta sì, ho esultato davvero, perché la Juve, partita male, in un periodo complicato, meritava di vincere. Si è trovata a giocare in 10 per quasi 70 minuti di partita, proprio quando aveva il match in mano. E’ stata ripresa a inizio del secondo tempo. Mancava praticamente un tempo, in cui teoricamente c’erano le premesse anche per una sconfitta, in quanto l’Udinese sembrava riemersa alla grande, solo pochi giorni prima avevamo speso molto per rimontare una partita fondamentale di Champions e il periodo, in generale, è quello che è, visto che si prende gol sempre alla prima occasione e non tutto gira per il verso giusto (con troppe disattenzioni difensive).

E così ho esultato rabbioso al 3-2, al 4-2 e proseguito con lo stesso entusiasmo al 5-2 che ha chiuso tutto e perfino al 6-2. Perché era importante e soprattutto era giusto così. Perché Rugani ha reagito alla grande, Khedira ha risposto a chi lo vedeva già in declino, Higuain è stato magnifico in tutto, coprendo, attaccando, impostando e suggerendo fino all’ultimo minuto.

Ultimo, ma non meno importante, ho esultato alla grande perché abbiamo vissuto una di quelle giornate, l’ennesima, utile a distruggere una serie di patetici luoghi comuni di cui è infestato il dibattito calcistico dalle nostre parti.

Si potrebbe partire dalla Juve che non ha mai un gioco, anche se vince sei scudetti consecutivi o fai 6 gol in dieci contro undici. Ce ne faremo una ragione.

O dall’Udinese che si scansa, un demenziale must degli ultimi anni tirato fuori persino da Cordoba, scatenato in settimana con una comica fake news sulla tribuna dei friulani il 5 maggio 2002 (quando mica l’ha buttato via lui contro una squadra in vacanza, eh, ma va, il problema era che Ventura avesse escluso dalla contesa Andrea Sottil, Siyabonga Nomvethe e Carlos Pavon), ma in generale sponsorizzato da tanti cervelli in giro per social e (ahinoi, talvolta) redazioni: accennando brevemente che l’ultima vittoria a Torino, prima della Lazio 2017, l’aveva ottenuta proprio l’Udinese 2015 e che perfino pochi mesi fa la squadra di Del Neri ci aveva bloccato in Friuli, per il resto basti vedere l’impegno dei nostri avversari nella partita di ieri, con una valanga di ammoniti, interventi molto duri e un clima tesissimo per tutta la gara, fino alla rete del 5-2 che ha chiuso i giochi. Ci mancava solo che entrassero pure Sottil, Nomvethe e Pavon, per renderci la vita ancora più impossibile.

Ci sarebbe anche la Juve “stranamente unica a parlare di Var,” perché sarebbe funzionale a una certa tesi, mentre ogni settimana, anche se i media non se ne accorgono, c’è sempre qualche allenatore ben più rabbioso rispetto alle dichiarazioni di Buffon e Allegri, peraltro riferite in generale al concreto utilizzo del mezzo piuttosto che alla lamentela per qualche errore subìto: stavolta è toccato a Montella, stufo del Var perché “è più tv che campo”, dopo l’inevitabile rosso per una gomitata in faccia di un Bonucci sempre più decisivo.

Ma non basta, perché il caso Mandzukic, che passa da un rigore del possibile 3-1 a un’inspiegabile ammonizione che porta a un altro giallo, che vale il rosso, cioè dal possibile 3-1 passiamo a una partita da giocare in dieci per settanta minuti, ci riporta al luogo comune dei luoghi comuni, quello su cui si regge l’Italia, altro che barzellette sui Carabinieri o sui politici: la Juve ruba, non viene mai danneggiata. E’ parte del costume popolare del Paese, cui serve trovare un colpevole per le proprie amarezze, un alibi per le proprie delusioni, che, mi raccomando, non dipendono mai da qualche nostro errore, ma sempre da un Nomvethe lasciato in tribuna.

Lo credo che non vi lamentate, a voi non succede mai, è leit motiv che mi sono sentito ripetere sin da ragazzino, e poco male se di errori contro la Juve ne ho visti a bizzeffe – pure in finali di Champions- e se siamo la squadra cui, nonostante i continui trionfi, sono stati fischiati meno calci di rigore rispetto a tutte le grandi del campionato, calcolando gli ultimi 10 o gli ultimi 20 anni, scegliete voi. Non importa, a voi non succede mai”, “rigore per la Juve”, ah ah ah.

E tu devi sorridere, altrimenti sei rancoroso, non stai al gioco. Mi è capitato in qualche programma televisivo sulla Rai, in cui si ride parecchio: battuta sulla Juve che ruba dai tempi di Turone, controbattuta, uguale, terza battuta a supporto, alla quinta tocca a me, che tento di dire che dopo 35 anni neanche si è capito se fosse fuorigioco e ancora ne parliamo, ma niente da fare: Zampini, stai al gioco, fatti una risata, eh su.

Ok, vero, rubiamo sempre, eheheh, avrei dovuto dire per stare al gioco.
Che poi è quello che in un certo senso ha dovuto fare il buon Civati, ospite in questi giorni di Zoro, in un siparietto simpatico su un vecchio tweet del politico – juventino – relativo a un rigore regalato dieci anni fa a Del Piero, all’esito del quale Pippo deve spiegarsi in un tweet: “sono juventino, però onesto”. E’ una battuta, ovviamente, ripetiamolo per qualche esaltato che poi la prende troppo sul serio, ma è l’unico modo per stare al gioco: devi dare per scontato che la Juve rubi, sennò non sei simpatico, neanche troppo onesto e magari ti dicono pure “Civati fatti una risata”. Meglio un tweet autoironico, niente da dire.

E così, in un periodo già difficile, rimaniamo in 10, dal probabile 3-1 rischiamo di buttare via una partita quasi vinta.

Che si fa, adesso? Protestiamo come matti su ogni intervento, sperando di condizionare l’arbitro? Facciamo scatenare ed entrare in campo pure la panchina, tanto l’alibi è già pronto e così possiamo parlarne pure tra 20 anni? Controlliamo se le rivali dei nostri competitor per lo scudetto hanno lasciato in tribuna qualche Nomvethe, dando la colpa a loro?

La Juve sceglie una reazione originale: non si perde d’animo, neanche dopo avere preso il gol del 2-2 che potrebbe confermare il periodo negativo, fa il terzo gol, il quarto, il quinto e il sesto. In dieci, vince 6-2. Subita l’ingiustizia, tutti corrono tre volte di più, perché a calcio non vince chi ha più alibi, ma chi ha più voglia.

E noi, pure non essendo simpatici e onesti come gli altri, di voglia ne abbiamo spesso più di loro.