Quelli che non ci credevano

di Michael Crisci |


Io non ci ho mai creduto. Neanche un secondo. Da quando Marcelo ha superato Buffon e depositato il pallone dello 0-3 allo Stadium, ho smesso di crederci. Ho cambiato canale. Ho deciso di seguire la partita, ma non più di vederla. Mi faceva troppo male. Ho pregato di evitare un’imbarcata peggiore. Nonostante tutto, dopo la gara, con lucidità, ho realizzato che la qualificazione, dal mio punto di vista, fosse andata, e non mi sono posto più il problema del ritorno. L’ho resettato

 

Per Juventibus curo con piacere il liveblog prepartita. Un divertimento, che soprattutto per le gare di Champions, ha spesso un buon seguito. Per Juve-Real non feci in tempo e, prima dell’andata, mi promisi di tornare per il match contro il Benevento, ma un altro impedimento ha fatto sì che l’appuntamento slittasse ancora. Mi sono detto “riparto con la Sampdoria”. Non ho mai preso in considerazione l’ipotesi di seguire il prepartita di Real Madrid-Juventus. 0 pathos, 0 adrenalina. Ma come, proprio io, quello che al campionato avrebbe preferito 1000 volte la Champions?

 

Non avevo mai provato una sensazione del genere prima. Il giorno prima apprezzo l’impresa della Roma, penso che il bonus impresa sia già andato in fumo, che il Real bicampione d’Europa non farà MAI l’errore di sottovalutarci, ma siamo matti? Zizou ci conosce a menadito, sa cosa significa dare fiato a una squadra italiana, ha visto anche lui Roma-Barcellona. Il nostro Davide Rovati nel frattempo scrive una lettera aperta a Mario Mandzukic. Non mi fa impazzire Mandzukic, l’aurea attorno a lui mi è sempre sembrata quasi isterica. Twitto in maniera dispregiativa nei suoi confronti. Sono apatico, è come se non vedessi l’ora che questa partita inizi e finisca, il più in fretta possibile

 

Un mio caro amico si laurea, la sera ci incontriamo per una bevuta, assieme ad altri amici, per complimentarci. Prendo la macchina per andare dal paese brianzolo in cui vivo fino a Milano, piove a dirotto. Di solito metto Radio Sportiva, ma questa sera no, nessuna voglia. Non voglio saperne di quella partita, di quel vernissage. Del loro sicuro vantaggio, del nostro pareggio, magari di un illusorio 1-2, e di un 2-2 finale che accontenta tutti, con Buffon sostituito all’89’, applaudito da tutto il Bernabeu come Ronaldinho e Del Piero

 

Arrivo a Milano, e sotto la pioggia mi reco nel punto di incontro; ho il cellulare in mano, 0-1, gol di Mandzukic. Continuo a seguire la partita tramite Twitter, arrivo dai miei amici. Mi complimento con il mio amico neo laureato, passa qualche minuto, e Mandzukic, ancora lui, raddoppia. C’è una partita, io me la sto perdendo. Scegliamo un locale, danno la partita. Mi ero ripromesso di non vederla, mi ero ripromesso di schivarla, ma alla fine solo lì. A vederla. Sono sereno però, non so perché. Quando Navas regala lo 0-3 a Matuidi penso che la Juve il suo lo abbia fatto, mi immagino il Real che segna e la Juve che prova a fare il quarto gol. Invece è una lenta discesa verso i supplementari, che non ci saranno mai.

 

Come col Benfica, come a Monaco di Baviera. Più che come nelle finali. Una clamorosa amarezza, che però mi si allontana subito. Vengo quindi pervaso da un senso di consapevolezza. Mi rendo conto che Allegri o non Allegri, Mandzukic o non Madzukic, Higuain o non Higuain, la gara del Bernabeu è stata una sorta di spartiacque, un monito per le prossime annate: nulla, NULLA nel calcio è impossibile. Non dovremo più partire battuti al momento di un sorteggio, dovremo capire che ogni dettaglio in questa competizione fa la differenza, anche quello che può sembrare un banale gol della bandiera, o una traversa in più e un gol in meno per l’avversario. Arriverà il nostro momento, ne sono certo, un giorno non molto lontano ci riusciremo. E sarà bellissimo. Io non ci credevo. Un po’ mi vergogno di aver dubitato di te. Ti amo tanto, mia cara Juve!