Quella volta che espugnammo Wembley

di Giuseppe Gariffo |

Ci sono serate in cui le analisi statistiche, tattiche, contano zero. Strumenti utili a capire il gioco, a migliorarsi, ma che affiancati all’evento impallidiscono. Risultano fuori luogo, fastidiose come una scucchiaiata di parmigiano su un piatto di pasta con i ricci di mare. Buonissimo il parmigiano, Dio salvi il parmigiano, per carità. Ma se ti stai gustando i ricci di mare sul lungomare di Mondello, il parmigiano va tenuto in frigo per un’altra occasione.

Chi c’era a Wembley può capire, chi non c’era deve fare uno sforzo (neanche estremo, a parer mio) di immaginazione. Si è scritta una pagina di storia. La vittoria è piccola, in fondo. Non siamo di quelli che incorniciano in una lapide un vantaggio di 5’ al Bernabeu, non è questo il punto. Sappiamo tutti che è solo un passaggio ai quarti, contro un club inferiore come storia e globalmente come organico. Nulla di trascendentale. Ma il contesto e la modalità, amici, sono di quelle che non si dimenticano.

Wembley è uno spettacolo. Di architettura, di teatralità, di gente. 5000 anime gobbe stipate in un settore ospiti sui generis, vicino al campo, senza barriere, dallo stesso lato delle telecamere (vista TV in prima fila, per intendersi). Uno spettacolo nello spettacolo, in mezzo a 70000 londinesi da applauso per passione, tifo spontaneo, rispetto per l’avversario. Una sola fila di steward, ambo i lati, a delimitare lo spazio occupato dalla torcida bianconera.
Noi con i soliti cori ritmati da curva, loro sporadici ma in massa e spontaneamente: non è ben chiaro chi lanci i cori, ma l’impressione è che non ci sia uno di loro a non cantare quando “Oh when the Spurs” e “Come on you, Spurs” in qualche modo, partono.
Si parte con il minuto di silenzio per Davide Astori, il timore che qualche idiota potesse mandare in onda, urbi et orbi, una tragica figuraccia viene sventato da un atteggiamento inappuntabile di tutto lo stadio, a partire proprio dal nostro settore. È già una vittoria, il trionfo delle evidenze dell’esistenza davanti alle idiozie della partigianeria ideologica ad oltranza.

La commozione lascia spazio a un primo tempo da brividi, dove non ne becchiamo una, e ad un certo punto passa anche la voglia di cantare, si inizia perfino a fare le analisi delle prestazioni dei singoli chiacchierando con il vicino di posto. In molti, me compreso, parlano di squadra senza idee, di giocatori senza compiti e storcono il naso, ghignando amari, davanti agli ottimisti che, al rientro, con il cambio di campo, profetizzano: “è tutto calcolato, ora ne facciamo due proprio qui sotto”.

L’inizio del secondo tempo, sulla falsariga del primo, fa temere un’imbarcata e i cambi di Allegri sanno di resa. Giocarsi il tutto per tutto con gli esterni del secondo anno di Conte suona come una beffarda ironia del destino, ci si immagina già il prossimo girone di Champions con due squalificati all’esordio. Ma Lichtsteiner questo non lo calcola perché sarà altrove, e propizia il gol del pareggio che riapre la speranza del settore bianconero. L’esultanza è incredula ma crescente, perché Higuain si gira due volte verso di noi e ci incita.

Ci credono più di noi, quegli undici in campo. The opposite of Cardiff. E quando, due minuti dopo, quel numero 10 che un giorno rimpiangeremo la mette di nuovo in porta, l’urlo del settore C di Wembley è incontenibile. Solo dopo alcuni minuti mi accorgo di non avere più in tasca il mio nuovo e costoso iPhone X. Ma con la coda dell’occhio lo ritrovo per terra, illeso. È proprio la serata dei miracoli. Anche il mio polso e il mio malleolo, messi a dura prova da calci e pugni liberatori contro i seggiolini post 2-1, sono incredibilmente immacolati. La serata dei miracoli, già, come quando quel colpo di testa di Kane (scopro solo dopo che non fosse Llorente) incontra il palo e una lastra invisibile che non permette il deja vu dell’Allianz Arena.

Finisce la partita, qualche lacrima di commozione (e di nervi) viene anche giù. Raggiungo Massimo Zampini e il fratello. Non si riesce a coagulare nelle parole la sintesi di una serata come questa. C’è solo la percezione di aver assistito a qualcosa che non dimenticherai mai. Torna la connessione sul cellulare e noto che, un minuto dopo il fischio finale, sulle chat juventine e su Twitter c’era gia chi avrebbe voluto spargere il parmigiano sui ricci di mare. Non si fa, amici, la vita è troppo breve per ridurre a calcolo ciò che al calcolo sfugge, superandolo.

Raggiungiamo in metro il centro di Londra, troviamo una steakhouse aperta fino a tarda sera, che ci consenta di raccontarci ancora quello che abbiamo visto, per capire meglio quanto fosse reale ed esorcizzare la paura del risveglio. Tra una risata e l’altra per i tweet dei soliti noti, riemergono ancora alcune discussioni fredde su numeri, movimenti e heatmaps. Ci sarà tempo per analizzarle e render loro giustizia perché, certo, questa Juve deve migliorare per andare avanti in Europa.

Ma mercoledì sera no, ragazzi, mercoledì sera il cuore e il fiato servivano solo per godere. Che notte!