Quella grande supercazzola chiamata “progetto”

di Giuseppe Gariffo |

Il progetto, la programmazione. Già.

Una volta ne parlavano giornalisti e addetti ai lavori. Adesso non solo loro. Il tifoso medio si riempie la bocca di queste parole, quando alla sua squadra le cose vanno male. Dice che mancano, ovviamente. La società non conosce queste categorie del pensiero calcistico forbito. Lui sì, lui sa bene cosa significhino e scommette che siano la chiave del successo.

Il titolo svela già bene come la pensi al riguardo, perciò non occorrono ulteriori disclaimer. Trattasi, a mio parere, di una delle più abusate e sopravvalutate keywords del gergo calcistico.

Il progetto, sì. Che supercazzola!

Certo, può valere per club di medio livello, dove il mancato raggiungimento dei risultati (leggasi titoli) non è esiziale e le finanze si reggono su altri aspetti (players trading, anzitutto). Ma anche lì, siamo certi di non dare un’accezione troppo deterministica a certi assunti?

Pensiamo ad Atalanta e Sassuolo, i club italiani ai quali l’accostamento della parola progetto viene più immediato. Il club orobico sta vivendo la fase più entusiasmante della sua storia. Ma ricordiamoci tutti come sia nato: nella stagione 2016-17 i bergamaschi puntano su un undici di esperienza con calciatori di buona qualità. Arrivano elementi esperti come Konko, Zukanovic, Paloschi. Pronti, via e sono tre punti nelle prime cinque partite. Gasperini, ben appoggiato dalla società cambia e punta tutto sui giovani Caldara, Conti, Gagliardini, Kessie, Cristante, Spinazzola… Inizia un ciclo straordinario, ma nato da una “inversione a U” rispetto al progetto iniziale. E i neroverdi emiliani? Anche loro spesso hanno virato per ragioni legate al risultato. Pensiamo a Bucchi, arrivato con le stimmate del predestinato e presto accantonato per un normalizzatore come Iachini quando la squadra stava scivolando in B, o anche al De Zerbi spesso sulla graticola prima dell’esaltante post-lockdown.

Ma se andiamo a scandagliare le storie recenti di molte big del calcio europeo, ci divertiamo di più. E’ lì che il “come se fosse antani” si lega a doppio filo con progetto e derivati.

LIVERPOOL

I reds, campioni del mondo in carica, vivono una fase di forte identità calcistica vincente riassunta nella figura di Jurgen Klopp, al timone da 5 anni. La squadra è giovane, fisicamente ed atleticamente straripante. Tranne in alcuni casi, come Alisson, i giocatori acquistati non sono mai stati dei top fatti e finiti. Dunque programmazione, diremmo. Certo, se non fosse che Klopp arriva a stagione iniziata nel 2015 (già una deviazione, dunque) e il club non vinceva la Premier da venticinque anni. Non era essenziale la vittoria immediata, dunque. Aggiungiamoci che al primo anno è subito finale di Europa League, al secondo è qualificazione Champions, e poi la storia recente degli ultimi tre anni con finale, vittoria Champions e vittoria Premier League. E’ il progetto a determinare i risultati, o sono i risultati a far continuare un progetto? Aggiungiamo, per pura completezza, che il Liverpool viene eliminato nell’ultima Champions dall’Atletico Madrid, il club con il progetto probabilmente più vicino ai titoli di coda in Europa.

ATLETICO MADRID

Appunto. Strepitoso, irripetibile e da applausi il ciclo costruito all’ombra del Cholo Simeone. Sembra agli sgoccioli, tuttavia, e peseranno comunque nella memoria le due finali perse in Champions. Ingiustamente, tra l’altro. Ma in un club che non vince da diciotto anni in patria e vive all’ombra del potentato Real, programmare è più semplice. All’inizio dell’era Simeone non avremmo neppure inserito i colchoneros in questo elenco.

BAYERN

E’ probabilmente, in assoluto, il club più lungimirante d’Europa. Imbottito di low-cost, e calciatori provenienti da un vivaio superlativo, sta dominando contro chiunque. Eppure l’ultima Champions, con uno squadrone imbattibile, la vince avendo in panca Jupp Heynckes e le sue valigie. Io poi fino a stamattina non ricordavo il nome dell’allenatore che hanno preso, si diceva come traghettatore, dopo l’esonero di Kovac. Ho googlato. Si chiama Hans-Dieter Flick. Progetto sì, ma con la “C” maiuscola.

PSG

Il progetto degli sceicchi? Vagonate di petroldollari per mettere insieme figurine, sperando che qualcuno le faccia diventare una squadra. Prima finale di Champions dopo nove anni e vari PIL di paesi medi ampiamente superati per rifare la squadra.

MANCHESTER CITY

Copia/incolla del Psg, ma con Pep Guardiola (disclaimer: il mio preferito, per distacco) che inizia a dare un criterio alle spese da quattro anni ad oggi. Conditi tuttavia da fallimenti continui delle campagne europee.

TOTTENHAM

I managers degli Spurs erano tanto legati al progetto che, pochi mesi ed alcune sconfitte dopo una Finale di Champions che neanche nel più allucinato dei sogni, Pochettino era già a casa in pantofole. Sostituito da un nome d’avanguardia: Josè Mourinho.

ARSENAL

Quello di Arsene Wenger era un progetto, sì. Forse. E che Iddio ce ne scansi.

MANCHESTER UNITED

Tanti pounds gettati via, allenatori bruciati. Calciatori strapagati e poi rimessi sul mercato. A volte regalati. Come progetto ricorda il Milan di Fassone e Mirabelli. In grande.

REAL MADRID

Il club più prestigioso al mondo. Ha sempre vinto perchè ha avuto i migliori. Se la mossa Zidane al posto di Benitez, seguita da tre Champions consecutive, volete catalogarla alla voce programmazione, alzo le mani.

BARCELLONA

Dopo l’enormità del ciclo Guardiola, la scelta di puntare su alcuni elementi (fortissimi) de La Masia, il club ha sbagliato diversi acquisti e una lunga serie di allenatori. Particolarmente degna di biasimo la gestione del post-Neymar e della palata di petroldollari provenienti da Parigi. La recente rumba contro il Bayern esemplifica nel migliore dei modi l’attuale conduzione sportiva dei blaugrana.

INTER

Aggiungiamo i nerazzurri per citare almeno un’italiana. La più ricca dopo la Juventus e meritevole di rientrare nelle big alla luce della probabile vittoria della Europa League. La potenza di Suning, tuttavia, fino ad oggi è stata la montagna che partorisce il topolino. Con tanto denaro speso e svariate contorsioni per rimediare ad errori. Con una sponda sicura, ad un certo punto: puntare su due ex-juventini. Ex-ladri. Ex-senza progetto.

JUVENTUS

Dulcis in fundo la nostra amata. Dal disastro della B e da cinque anni successivi pieni di errori arriva una nuova dirigenza. Inaugura uno stadio e costruisce un centro sportivo di proprietà. Porta in positivo dei conti tragici. Vince nove scudetti consecutivi straccaiando ogni record, quattro coppe italia. Disputa due finali di Champions. Da Craven Cottage a Berlino, dal rifiuto di Burdisso al sì di CR7. Con tre allenatori diversi e parecchi cambiamenti in organigramma societario. Con due soli calciatori che vivono l’epopea, anzi soltanto uno non ne salta nemmeno un pezzo. Con tanti errori anche, certo. In primis alcuni calciatori over 30 strapagati e in declino fisico, che oggi bloccano il mercato in entrata. Ma se dovessi fare una critica all’attuale Juventus non parlerei mai di progetto!

A qualunque livello, nel calcio, contano i risultati. I progetti vanno avanti solo se il campo ne conferma la bontà. Viceversa, più che la capacità di prevedere il futuro, conta la prontezza nel saper rimediare agli errori.

Alla fine, fanno la differenza gli uomini. La loro qualità, la testa ed il cuore. E l’alchimia che si costruisce tra loro. Chi guarda a posteriori potrà descrivere queste dinamiche come progetti e programmazione. Chi vive il presente può guardare la realtà e non cadere nelle supercazzole. Se poi, per validare la qualità di una programmazione sportiva, attendiamo il timbro della vittoria di una competizione permeata da decine di variabili casuali, come la Champions, prendiamo a mio avviso una cantonata colossale.


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