Quattro minuti, due enormi segnali

Quando i tempi diventano duri, la forza diventa più forte. Grossomodo così fu nell’ottavo di ritorno di UCL tra Tottenham e Juve, nell’ordinata intensità del Wembley Stadium; ma tanti altri episodi del genere potremmo citare, rovistando nei decenni, al mutare del management, del tecnico o dei giocatori.

Con una peculiarità: è sostanzialmente inspiegabile come le due sostituzioni, apparentemente insignificanti, in quanto rappresentate da due terzini di riserva, di cui uno adattato e l’altro escluso dai convocati del girone di andata, abbiano cambiato faccia alla squadra. A chi scrive, Asamoah e Lichsteiner sono particolarmente graditi: ma, per capirci, non sono entrati Bale e Asensio, al fine di tentare di capovolgere il risultato.

Fino a quel momento, la squadra, per ben più di un’ora, era apparsa impaurita, ripartendo dalle intollerabili, ma vere, dichiarazioni rilasciate da De Sciglio all’esito della gara di andata (“avevamo paura ad uscire”). E non riusciva a concretizzare due passaggi di fila, risultava smagliata, incapace di mantenere le posizioni in copertura, perché travolta dal palleggio ampio, verticale, rapido ed implacabilmente preciso del Tottenham, in tutti i suoi effettivi: tanto che non si distinguevano quelli di qualità da quelli di sostanza – a differenza di quanto visto nei nostri e confermato da Allegri a fine partita (“Matuidi non è un giocatore di qualità, ma di pressione”) –  né si apprezzava la decantata inadeguatezza della difesa inglese, mai scalfita da un nostro tiro fino al loro gol (a differenza della nostra, presa di mira ben 23 volte), e si potevano persino ammirare, negli avversari, colpi di tacco al volo a centrocampo andare regolarmente a segno al compagno prescelto. Champagne.

Certo, avevamo un rigore a favore non dato a reti bianche, impossibile da non vedere, ma si tratta pur sempre di un episodio, peraltro maturato grazie all’unico nostro giocatore che, da solo, riuscisse a produrre calcio: Douglas Costa, che credo ieri abbia superato sé stesso nel numero di dribbling tentati e riusciti.

Senza alcun accenno di pressing corale, con il solo Matuidi a provare (invano e disordinatamente) ad affrettare o intercettare il passaggio avversario, il solito Khedira di quest’anno, un po’ fuori condizione, un po’ fuori posizione, Pjanic imbavagliato, Dybala nascosto e Higuain lontano dal resto della squadra, sembrava un canovaccio già scritto e visto altre volte, specie contro una squadra inglese. E, in più, era lecito concludere che Allegri, preferendo Barzagli ai terzini di ruolo, non solo non avesse messo in campo la miglior formazione possibile ma, non disponendo di riserve in grado di fare la differenza, fosse, di fatto, spalle al muro.

E, invece, no. Ancora una volta, no.

Ha sbagliato formazione nel primo tempo e poi si è corretto? Ha preparato la partita pensando dall’inizio che sarebbe andata in quel modo? Ognuno la veda come vuole. Si può pure pensare che abbia avuto soltanto fiuuu, come magari apparso contro la Lazio nello scorso turno di campionato. Ma non è così: perché è nei fatti che, con l’ingresso di Lichsteiner e Asamoah, la squadra si sia di colpo trasformata, razionalizzata, ordinata in un inedito gioco palla a terra, senza più paura, con grinta, precisione, cinismo. E vi è di più: ad uscire sono stati uno dei nostri migliori centrali di difesa (già ammonito) e, soprattutto, Matuidi, risultato inefficace ieri, ma la cui assenza era stata tanto rimpianta all’andata. Squadra ridisegnata con il 4-2-3-1, quest’anno vituperato, ma in realtà iniziale obiettivo del mercato estivo.

Sarete d’accordo o meno, ma a me questa Juve, ogni tanto, ricorda Rocky Balboa: può partire svantaggiata nei pronostici, le può anche prendere per la maggior parte del tempo, risultare meno forte dell’avversario nell’arco dell’incontro, andare al tappeto; ma ha nel suo DNA motivazioni forti, professionalità incrollabile ed un carattere così granitico, che si rialza sempre, fa stancare deliberatamente l’avversario e, anche con un colpo solo, può vincere l’incontro. Come Rocky, con il cuore ma, in realtà, anche lucidità di raziocinio.

Sono bastati quattro minuti, su centottanta giocati: all’andata, due gol precoci, in sette minuti, poi rimontati; al ritorno, due gol, ancor più ravvicinati, ma in rimonta. Due gol e due segnali enormi, che acquistano ancora più importanza, dato il tempo trascorso dal 2012, i successi nel frattempo accumulati, gli allenatori avvicendatisi e i continui stravolgimenti nella rosa dei giocatori: che, nonostante qualsiasi momentanea apparenza, i gusti individuali sulla composizione della rosa o qualche nostalgia di troppo, abbiamo una grande squadra, di cui essere pienamente orgogliosi, composta da professionisti che hanno compreso da subito perché chi indossa quella maglia ha compiuto imprese straordinarie; e che la Juve le gioca tutte per vincerle tutte, perché è questo il suo (e soltanto suo) unico obiettivo e ragion d’essere.