Abbiamo (quasi) perso la Champions

di Giulio Gori |

Sì, la Juventus ha messo insieme una squadra pazzesca. Sì, vincere la Champions nel giro di un paio d’anni non è più una scommessa azzardata, ma una possibilità concreta. Sì, potremo applaudire il più forte giocatore del mondo. Sì…

Però, anche se sai che è irrazionale, l’amaro in bocca ti sale lo stesso. Perché il tifo è di per sé irrazionale. Ma anche perché il tifo è sentimenti e passioni e i sentimenti e le passioni li costruisci in una lunga storia d’amore. La storia…

Vai al bar, vai sui social, e trovi gli amministratori delegati da Campari soda che spiegano che «eh, l’ingaggio pesava, e ormai non era più quello di una volta…». Poi incroci quelli che han sempre la frase fatta e «la squadra vale più di qualsiasi giocatore».

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Claudio Marchisio non era solo il simbolo della migliore Juventus. Centrocampista fantastico, capace di fare il regista, la mezzala, il tornante, l’attaccante, il trequartista, cambiando fisionomia a seconda delle necessità. Uomo magnifico, educato, professionale, emancipato dal becerume del pallone. Era anche stato zitto quando, malgrado il suo calo provocato da un disgraziato intervento chirurgico, si era intristito anche per i freddi rapporti con Allegri. Mai una parola fuori posto: la squadra vale più di qualsiasi giocatore, una frase che non è più scontata quando qualcuno come Marchisio la mette in pratica, la rende viva.

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La scelta dell’addio per Marchisio è stata la migliore, forse (ma solo forse) anche per la Juventus. Ma è per noi tifosi che tutto questo è insopportabile. Perché nella nostra storia abbiamo un nervo scoperto, un trofeo che aspettiamo di rivincere da troppo tempo. Un trofeo che Zidane per vincerlo è andato altrove. Un trofeo che i Nedved, i Trezeguet, i Camoranesi, i Buffon avrebbero meritato di sollevare. E noi, da dodici anni, abbiamo un chiodo fisso: vincere tutto per completare il riscatto di quell’estate orrenda. E il riscatto l’avremmo voluto con chi in serie B c’è stato, con chi ha mangiato il fango. Ma ogni anno un addio, uno dietro l’altro. E ogni volta è come se un pezzo di quel riscatto venisse meno, fosse perso per sempre. Come avessimo perso la Champions per sempre. Marchisio non è il simbolo di chi è stato mandato a fondo e ha saputo rialzarsi, lui non era in Serie A in quella magnifica Juve del 2006. Ma almeno in B ci aveva giocato. Non sarebbe stato straordinario quanto vedere Del Piero, Buffon e Nedved aggrappati a quelle grandi orecchie – una vittoria che ne avrebbe valse mille –, ma sarebbe stato comunque magnifico. Sarebbe stata la chiusura di un cerchio. Un cerchio che oggi è un filo esile, esilissimo, affidato ormai – un addio dietro l’altro – al solo Chiellini.

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Noi tifosi viviamo di sentimenti, di passioni, ma se non siamo ingenui sappiamo che tra qualche mese, forse solo tra qualche settimana, saremo già innamorati di portoghesi, turco-tedeschi, laziali di ritorno… (e sarebbe folle fare altrimenti, visto la sontuosa campagna acquisti di quest’estate). Vivremo la loro fatica, le loro paure, le loro esultanze. E allora, dai, il tempo stringe: capitan Chiellini è ancora quel sottile filo rosso che si dipana da dodici anni. Diamoci una mossa…