La mia quarta finale

di Juventibus |

 

Mancano tre giorni alla finale di Cardiff e non ho ancora deciso come vedrò la partita. È importante scegliere luogo ed eventuale compagnia perché comunque vada sarà una serata che difficilmente dimenticherò. Delle altre finali che ho vissuto, purtroppo, ricordo tutto. E’ inutile dire “l’importante è arrivarci”, noi juventini l’unica cosa che conta sappiamo qual è, soprattutto se si tratta di una coppa che ci ossessiona da vent’anni.

 

Il 20 maggio 1998 ho visto Juventus-Real Madrid insieme a mio nonno nel ristorante a conduzione familiare e juventina nel paese dove abitavo da piccola. Avevo 9 anni, sapevo già quali colori mi avrebbero fatto battere il cuore e quella sera imparai anche la regola del fuorigioco. Non ricordo molto della partita e dell’atmosfera né dei sentimenti per aver perso la seconda occasione in tre anni, ma il ritorno a casa a bordo della Fiat Uno fu di silenzio e grande amarezza anche per me che ero solo una bambina.

Il 28 maggio 2003 è una di quelle date per cui se potessi cambiare la storia cederei volentieri uno dei miei organi vitali. La premessa fondamentale per far capire quanto sia profonda la ferita è sapere che ho guardato la partita con mio padre, milanista di stirpe. L’abbiamo vista a casa, io in cucina e lui in soggiorno, a luci spente, con una porta scorrevole a separare ansie e bestemmie. Avere il nemico dentro casa (vale anche per lui) non è facile. Si cerca di essere superiori e indifferenti cercando di non rispondere alle provocazioni e si ingoia un limone amarissimo quando si ascoltano le gesta europee del Milan di Sacchi e l’ingiuria più gettonata “riuscite a vincere solo in Italia”.
La finale di Manchester poteva essere finalmente l’occasione del riscatto. Al gol annullato a Shevchenko partì dall’altra stanza il disco rotto degli affronti già sentiti mille volte, mentre io alla traversa di Conte strozzai in gola l’urlo della rivalsa. Poi i rigori: Shevchenko guarda prima l’arbitro, poi il pallone e corre ad abbracciare Dida, mentre in un appartamento di Rossano Calabro un padre e una figlia piangevano, soli, di gioia e disperazione.

6 giugno 2015, Roma. La mia juventinità è diventata l’unica certezza della vita. Arrivavo alla finale con il Barcellona con la consapevolezza di un’altra sconfitta. Rakitić ci mise 4 minuti a ribadirla, poi il gol di Morata e la speranza legata ad ogni centimetro del corpo, in piedi da un’ora a sudare davanti la Tv. Mi ripetevo nella testa “Non succede…Ma se succede mi metto a correre e urlare per tutta via Tiburtina!”. Il finale è storia recente. L’orgoglio di tifare per questa squadra è cresciuto ancora, ma nonostante alcune sconfitte siano già scritte fanno male lo stesso.

 

Cerco di non pensare a cosa succederà a Cardiff. A quello che significherebbe vedere Gigi alzare quella dannata coppa. Poi le scene appena raccontate mi tornano in mente. Dureranno per sempre, forse più della felicità della possibile vittoria. Provare (si spera) per credere.

 

 

di Valentina De Vincenti (@vale_polly)