Quanto è lungo un anno

di Leonardo Dorini |

Un anno vissuto pericolosamente, molto pericolosamente. 365 giorni fa la Juventus schiantava l’Atletico Madrid con tre gol di Cristiano Ronaldo (“we smash them”, aveva scritto a quel mattacchione di Patrice Evra) e passava ai Quarti di finale; ne sono successe di cose.

La forza di quella Juve è evidente oggi, con il Cholo che elimina i campioni in carica del Liverpool in quello che è forse l’ultimo happening Champions della stagione: l’Atletico di oggi non è certo migliore di quello dello scorso anno, che aveva anzi un Griezman in più, e va a vincere ad Anfield subendo solo un gol nei tempi regolamentari e prevalendo nettamente nei supplementari.

Quanto era forte quella Juve, giù quasi campione d’Italia? Molto, anche se il turno successivo con l’Ajax avrebbe mostrato chiaro che qualcosa si era rotto, la testa non c’era più, serviva un cambio, una scossa; la fine della stagione 2018/19 è stata mesta, contrastata, conflittuale, molti tifosi inopinatamente non vollero nemmeno festeggiare l’ottavo scudetto. Follia.

Si cambia, dopo giorni convulsi, sogni proibiti, arrivano Mr. Sarri, un ragazzone olandese voluto da tutti (c’è stato persino chi è stato capace di metterlo in dubbio) e due rinforzi di centrocampo a parametro zero (che si sarebbero rivelati la grande incognita della stagione).

La malattia di Sarri di inizio stagione e l’infortunio del Capitano ce lo dovevano forse far capire, che sarebbe stato un anno complicato; forse fu una premonizione, anche se qualche cretino ha pensato bene di rilanciare – in quel brutto posto che possono essere i social – la “rivelazione” che fu proprio Sarri ha portare in Italia il virus: si sa, quando c’è di mezzo la Juve la gente sbarella.

La stagione 2019/20 prosegue e ci siamo abituati presto a chiederci sempre, ad ogni partita: che Juve sarà? La verità è che non lo sappiamo ancora adesso, che Juve è stata, che Juve è; non lo avremmo saputo dire, anche se la stagione fosse continuata. E coloro che dicevano che “con questa rosa lo scudetto lo vinciamo con qualsiasi allenatore” si sono dovuti ricredere: non è così che vanno le cose.

Eravamo nel clou della stagione agonistica, pronti ad essere la famosa “Juve di marzo”, e ci è rimasto poco più di un anelito, di un tentativo di fare una fuga in avanti, con una bella quanto inopportuna gara in cui abbiamo preso a schiaffi un’Inter più spersa che mai.

E ora? Cosa ne sarà di questa stagione? Non possiamo saperlo. Abbiamo altre priorità, abbiamo guardato lo scontro di Anfield con l’aria stranita di chi vede una cosa assurda avvenire, quasi fosse su un altro pianeta e non nel cuore dell’Europa.

Forse questo epilogo, se finirà tutto così, senza che sia finito davvero, ci lascerà la sensazione di non sapere che Juve sarebbe stata, quella delle gare decisive; e se invece ci saranno, un giorno, queste gare, non sapremo, di nuovo, che competizione potrà essere, cosa faremo, come giocheremo.

Ci sono altre priorità, ora: dobbiamo passare questa quarantena; dobbiamo pensare a Daniele, a Manolo e a tutti coloro che dovranno lottare contro la malattia; e a tutti quelli, bianconeri o no, che come noi sono qui, in casa, a cercare di capire come ne usciremo.


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