Quanto ci dicono 6 mesi di Juve?

di Michael Crisci |

6 mesi possono essere tutto o niente. Per qualcuno è come passare dall’oggi al domani, per qualcuno è un’era geologica. Figuriamoci poi quando ci si riferisce al sesto mese dopo l’inizio di un ciclo tecnico nel calcio, laddove la distanza tra pazienti e impazienti non fa altro che dilatarsi ogni minuto che passa.

La Juve dell’era Agnelli di cicli tecnici ne ha vissuti 3, o meglio, due li ha già vissuti, abbastanza intensamente, con annessi e connessi, mentre il terzo, quello attuale, lo sta vivendo tra alti e bassi, e ancora non se ne intravede un’ipotesi di longevità.

Ma cosa si pensava nei primi 6 mesi dei precedenti cicli?

Nel 2012, l’ottimismo regnava sovrano. La pareggite era sì un problema cronico, ma la qualità del gioco e la crescita di quasi tutti i singoli della rosa portava a pensare che il futuro non potesse che essere florido. Di scudetto ancora non si parlava con convinzione (Conte cominciò a crederci solo verso aprile), mentre la Coppa Italia era vista come un perfetto trampolino di lancio per riavviare un ciclo vincente (Conte dixit). Le cose andarono diversamente, come tutti sappiamo, e dopo il calo post Milan-Juve, la squadra riuscì ad approfittare dei passi falsi dei rossoneri, che pagarono alcune scelte avventate, e si prodigò in uno sprint che, tolta la papera di Buffon col Lecce, portò a un filotto scudetto di sole vittorie e un pareggio,  con soli due gol subiti e l’imbattibilità record. La Juve pagò l’appagamento in finale di Coppa Italia, persa a Roma contro il Napoli

E nei primi 6 mesi con Allegri? assorbito lo shock dell’addio improvviso del condottiero, e il nuovo modulo a 4, l’ambiente era permeato di rinnovato spirito. Qualche pareggio di troppo rimandava la fuga su una Roma mentalmente tramortita in ottobre dopo l’1-7 casalingo contro il Bayern Monaco, la cui onda lunga aveva de facto compromesso la stagione dei giallorossi, ma sul quarto titolo consecutivo non esistevano riserve. Molte di più, invece, resistevano per quanto riguardava la Champions; il sentiment generale prima della doppia sfida contro il Dortmund era quello di un’impresa apparentemente difficilissima, considerando che lo stesso Dortmund, in difficoltà in Germania, aveva impressionato nel girone di Champions, con Ciro Immobile sugli scudi. La Juve riuscì ad avere invece la meglio di una squadra a fine ciclo (Klopp avrebbe lasciato di lì a qualche settimana), aumentò e cementificò il vantaggio in campionato, vinse la Coppa Italia e sfiorò l’en plein nella finale di Berlino contro il Barcellona.

E ora? che sensazioni ci sono? molto contrastanti. Innanzitutto, la scelta di Sarri non è ancora stata metabolizzata da tutto l’ambiente. Con Ronaldo in rosa non esiste più la parola pazienza, anche se si riconoscono le difficoltà di passare da un tipo di filosofia a un tipo di filosofia completamente opposta. Il campionato si sta snodando in un duello/triello che le prossime giornate potranno definire in maniera più chiara, mentre in Champions il Lione non fa paura (ma forse questo è un errore), e l’idea è che la Juve possa avere difficoltà importanti dopo l’ordinaria amministrazione degli ottavi. Ma vi è anche dell’ottimismo, che risiede nell’idea che questa squadra non abbia ancora espresso nemmeno il 50 o 60 % del potenziale, e che se i risultati sono stati ottimi in questi mesi complicati, non potranno che essere migliori quando la squadra starà meglio fisicamente e alcuni nuovi acquisti si saranno definitivamente integrati.


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