Quando sei primo e ti senti settimo

di Massimo Zampini |

Quei giorni in cui qualunque cosa scriva sbagli, stagione seconda, puntata numero quattro (e mezzo, se ci mettiamo Doha).

E’ complicato scrivere in modo equilibrato durante questa stagione, tanto più dopo partite disputate senza nerbo, senza gioco, senza prestazioni individuali all’altezza, senza neanche una reazione rabbiosa dopo un gol come quello di Higuain, trovato quasi per caso. Tanto più se è la quarta volta che accade in trasferta, contro squadre discrete ma largamente inferiori, e se fuori da Torino non hai mai pienamente convinto, quando siamo già a metà stagione. I passaggi a vuoto ci sono, negarlo sarebbe demenziale e non farebbe bene.
Ma non è complicato per questo: abbiamo vissuto stagioni ben più altalenanti (decisamente più altalenanti) e abbiamo sempre scritto serenamente, perché lo sappiamo, capita di vincere e di perdere.
Discutere del centrocampo che non gestisce il pallone, dell’assenza di personalità, di un modulo che pareva trovato e invece si è deciso di tornare indietro all’improvviso, di un giovane difensore che sembrava in rampa di lancio ed è tornato in panchina, di sfruttare meglio la qualità offensiva (ecco, la nota lieta: la serpentina di Pjaca nei pochi minuti disputati): no, non è questo che è complicato. Questo fa parte del gioco.
Addirittura parlare dell’arbitro, tema da sempre tabù per noi juventini, non è complicato: tanto a noi interessa evidenziare l’ormai sfacciata disparità dei media secondo il famoso “a parti invertite”, per cui un rigore negato ai nostri avversari sul 2-1 (al netto di giochi pericolosi non fischiati, offside sbagliati e compagnia) di una partita importante avrebbe dato origine a titoloni, finali infuocati, la voglio rivedere, dopopartita incentrati sul movimento più o meno congruo del braccio, mentre ieri il tema veniva trattato con un sorriso, en passant, in mezzo ai complimenti per i vincitori e al processo ai vinti.
Non è complicato perché a noi il calcio piace di più se trattato così e ci dà la nausea “a parti invertite”.

Nemmeno evidenziare le solite porcherie sull’Heysel, stavolta un bel po’ di adesivi celebrativi, oltre ai soliti “amo Liverpool” che tanto, ormai lo sappiamo, stanno bene a (quasi) tutti.

E’ complicato perché in troppi di noi hanno creduto alle scemenze estive di giornali che peraltro dicono di non leggere mai: campionato già finito, minimo semifinali di Champions, Higuain 30 gol. Altrimenti è fallimento. Se non vinci il sesto scudetto di fila, magari con un paio di mesi di vantaggio, è fallimento.
A questo si aggiunga la gente stufa di scudetti. Perché sì, amici romanisti, napoletani, delle due milanesi: qui c’è gente stufa di scudetti. Gente che si è annoiata della festa allo Stadium, dei giocatori che salgono sul palco mano nella mano con i bimbi, chiamati dallo speaker mentre scandiamo il loro nome; del giro col bus scoperto, di cose che voi dareste oro per vivere almeno una volta ogni tanto. Siamo stufi della nostra felicità, mentre voi ci guardate sbavando per l’invidia, anno dopo anno.
Stanchi, stufi e per di più certi di vincere, perché i giornali dicevano così: il cocktail è esplosivo, e se perdi giocando male a Genova o Firenze il clima è quello degli anni del settimo posto (“non c’è gioco, basta proclami dei giocatori su internet e più lavoro, difesa vecchia, Buffon bollito, Dybala presuntuoso, centrocampo smontato” e così via), quando sei primo con una partita in meno.
Tra i tanti problemi realmente esistenti (ma chi non li ha, in Europa, tra coppe e campionato? Dal City di Guardiola al Barca che è sotto il Siviglia, ci sono squadre ben più attrezzate di noi che non se la passano meglio), il più evidente è proprio questo: l’atmosfera che accompagna questa stagione.
Sin dall’inizio, se si vince (che si tratti di affrontare il Napoli, la Roma o di andare a Siviglia, per non parlare delle partite “facili”) si è semplicemente fatto il minimo sindacale. Non ce la godiamo. Non lo facciamo apposta, è proprio così: ci pare di non avere fatto altro che il proprio dovere, quasi stancamente. Ci siamo convinti che superare ogni anno di quindici punti una squadra con Strootman, Nainngolan, Dzeko, Manolas e compagnia, o una con Mertens, Callejon, Hamsik (e in passato Higuain), per non parlare di chi ha speso settanta milioni negli ultimi giorni di mercato per due soli giocatori, sia l’assoluta normalità, niente più che un dovere.
Se si perde, da Milano e Firenze, passando per i rigori di Doha, il clima è funereo.
Il che, entro certi limiti, mi piace, eh, sia chiaro: vorrei che la sconfitta della Juve, tanto più se così brutta, fosse sempre vissuta come un piccolo dramma da noi tifosi, per non abituarci mai a diventare come gli altri. Ma l’isterismo, la sufficienza, la stanchezza che ci accompagna in questa stagione (e non è solo un discorso di “social”, temo) non ha nulla di positivo, e non può che derivare direttamente dalla sbornia dei 5 scudetti, dai ridicoli pronostici estivi per i quali una squadra che ha preso Higuain e Pjanic vendendo Pogba e Morata debba necessariamente e automaticamente sovrastare le rivali, che intanto diventano sempre più affamate e competitive.
Non c’è nulla di facile nel vincere uno scudetto. Sono 38 partite, con alti, bassi, la Champions prima e dopo, partite apparentemente facili ma da vincere a tutti i costi e e partite difficili in cui cercare comunque di ottenere il massimo.
C’è qualcosa di incredibile nel vincerne due, tre o addirittura cinque di fila, roba che #sulcampo non capitava da ottant’anni.
Sarebbe leggendario vincere il sesto, per un mix di tutte queste ragioni: la nostra “stanchezza”, la fame altrui e tutto il resto che abbiamo appena scritto. In centovent’anni non c’è mai riuscito nessuno, eppure, pure noi che non giochiamo, viviamo la stagione con quell’insopportabile mix di stanchezza e presunzione, che diventa rabbia, che poi torna stanchezza appena si torna a vincere qualche partite, per tramutarsi ancora in frustrazione alla prossima sconfitta, anche se sei primo in classifica (figurati se non lo saremo più).
E scrivere lucidamente in una stagione vissuta così, in cui sei il più forte ma a volte in campo te lo scordi, in cui sei primo ma pare che sia settimo, credetemi, diventa complicato.