Quando mi dici Mourinho

di Valeria Arena |

José Mourinho è una madeleine vivente. Certo, direte tutti, è l’eroe nazionale del triplete, il mattatore assoluto di gran parte dei dibattiti calcistici extra campo, che hanno in parte coinvolto la Juve, degli ultimi anni. Fuochino fuochino, vi risponderei io. Otto anni fa, infatti, mentre sull’altra riva del fiume si confezionava un capolavoro calcistico destinato ad ossessionare gran parte del nostre esistenze, e per nostre intendo dei tifosi di calcio in generale, a casa nostra si consumava un dramma, solo che ancora oggi gli stolti guardano il dito e non la luna. Si guarda al triplete, questa sorta di trofeo immaginario che, pur non ammettendolo mai ad alta voce, inseguiamo distrattamente da anni non perché significhi qualcosa, ma solo per mettere il calzino in bocca all’avversario petulante, e ci si distrae dalla cosa più grave successa quell’anno, più angosciante di un interista che ci sbatte i trofei in faccia, ovvero la Juve che smette di fare la Juve e diventa una società qualsiasi. Poi, se le due cose accadono di pari passo, possiamo descrivere il tutto come un incubo.

Lo dico bonariamente, ma c’è stato un tempo, fortunatamente durato molto poco, in cui la Juventus era l’Inter, ma anche il Milan, così non scontentiamo nessuno e facciamo arrabbiare la provincia di Milano in toto, degli ultimi anni. Quando ormai si pensava di aver superato più o meno indenni le conseguenze nefaste di Calciopoli, almeno sul campo, ecco che arrivarono tra capo e collo due settimi posti, il primo proprio mentre Mourinho scriveva la storia e noi venivamo eliminati dal Fulham in Europa League. Il Fulham. L’Europa League. Bastano da sole. Ecco, quando sento e vedo Mourinho, ogni tanto ho dei sussulti di paura e mi ritornano in mente, come flashback orrifici, quegli anni in cui si cambiava allenatore come si cambiano i calzini, Ciro Ferrara, Zaccheroni che deve salvare la patria, Cobolli Gigli, Blanc, Zebina che si becca un ceffone da un tifoso. Poi mi scuoto, penso agli ultimi sette anni, ad Andrea Agnelli, a Marotta, a Cristiano Ronaldo e mi rassereno, tipo Valium. Avanti, non indietro. Siamo andati avanti, mentre altri sono ancora incastrati in mezzo ai resti degli albori del passato e questo è già abbastanza significativo di per sé senza aggiungere ulteriori orpelli.

Che poi, è proprio la sensazione che mi lascia oggi Mourinho ogni volta che lo vedo, quella di una bellissima rovina. Invidiato e richiestissimo negli anni in cui trasformava in oro qualunque cosa toccasse, pure se toccava male e distrattamente, diciamolo, oggi è il fantasma di se stesso, la propria macchietta, l’ombra di un uomo di spettacolo come se ne sono visti pochi nell’ambiente. Un po’ come quando si rimane intrappolati per anni nel proprio personaggio non trovando vie di fuga, anche perché uscirne probabilmente renderebbe poco credibili. Mal sopportato non per invidia o perché fastidiosamente vincente, ma perché al tramonto. Un rock star decaduta, insomma. E mi è venuto in mente mentre lo guardavo e ascoltavo durante la conferenza stampa di vigilia della partita di Champions contro il Manchester: noioso e annoiato, scontato e prevedibile, campanelli d’allarme che suggeriscono di farsi un giro altrove per un po’. Detto questo, rimane una delle figure più affascinanti e interessanti del calcio contemporaneo.

José Mourinho è una madeleine vivente, dicevo. Non si può pensare a lui senza citare tre quarti dell’archivio di dichiarazioni antijuve o contro (ex) juventini di spicco, primo tra tutti Antonio Conte (continuo a pensare che siano più simili di quanto si pensi, ma questa è un’altra storia). A oggi, per la sua storia con l’Inter e per come ne ha assorbito profondamente l’identità, è forse l’allenatore più lontano dall’ambiente Juve; si sa, il calcio, come la vita, è fatto di slinding doors, e spesso una scelta, anche la piccola e apparentemente insignificante, può influenzare il resto del percorso. Vale, comunque, anche il contrario. Onestamente non conosco uno juventino che dopo il 2010 abbia espresso, almeno ad alta voce e davanti ad altri essere umani, di vedere Mourinho sulla panchina della Juventus. Un po’ come triplete, sui cui continuiamo a raccontarci la favola che a noi, no, non interessa, è una stregoneria inventata dagli avversari per mandarci al manicomio. Che poi è vero, mi sa.

Però, e mi tocca ammetterlo, c’è una cosa che oggi invidio tantissimo a Mourinho e questa cosa, mi si perdonerà il termine inopportuno: si chiama Paul Pogba.