Ma quale Superga??? La vera storia dello striscione del derby

di Willy Signori |

La calunnia è un venticello, diceva Rossini.
A volte diventa un maestrale però, così un’indiscrezione di un’accusa non dimostrata diventa una verità assoluta da spargere il più possibile.

Tanto, male che vada, smentire la notizia equivarrà ad averla data due volte.

Facciamo ordine, in questa storia dello striscione esposto durante il derby della mole Juve-Torino del 23 febbraio 2014 ci sono 6 personaggi (vediamo di trovargli un autore):
-Il presidente della squadra ospitante (Andrea Agnelli)
-Il security manager della Juventus FC (Alessandro D’Angelo)
3 tifosi della Juve che verranno daspati per aver esposto striscioni inneggianti alla tragedia di Superga.
-Un procuratore federale con molta fantasia e qualche amicizia.

Da una ricostruzione sommaria del procuratore federale Pecoraro (le cui carte sono svolazzate in varie sedi negli ultimi giorni) si apprende che Andrea Agnelli avrebbe autorizzato l’introduzione e l’esposizione dei due beceri striscioni dentro allo Juventus Stadium.

La tesi quindi è che il presidente della Juventus FC non fosse solo al corrente del contenuto di questi 2 striscioni, ma lo appoggiasse anche.
L’accusa di per se è più grave di quella di collusione alla ‘Ndrangheta e il perché è presto detto:
Se nell’ultimo caso si può immaginare un fantomatico ritorno e un guadagno nel collaborare con gruppi criminali, nel primo invece (l’avallo all’esposizione degli striscioni sulla tragedia del grande Torino) l’intento è chiaramente quello di demolire l’immagine pubblica di AA, presentandolo come il famigerato mostro da sbattere in home page che non si accontenta di fare affari sempre fantomatici) con la mafia, ma di denigrare pubblicamente i “morti altrui”.

Su cosa basa il procuratore Pecoraro questa sua tesi?
Su un’intercettazione nella quale Agnelli dice a D’Angelo  di essersi fatto beccare con lo striscione che lui stesso aveva portato dentro l’impianto e di essere un fesso (o un “ciuccio”, espressione tipicamente piemontese) per questo.

A quale striscione stanno facendo riferimento?
La risposta è: non lo sappiamo, semplicemente perché non lo dicono.

Noi vi diciamo invece che non riguardava assolutamente Superga e il Torino.

Che in quella telefonata Agnelli e D’Angelo stessero parlando di uno dei due striscioni che riguardava la tragedia di Superga è solo una conclusione a cui giunge arbitrariamente Pecoraro (di cui non chiederemo mai abbastanza la desecretazione della sua audizione in commissione antimafia), poi caldeggiata da qualche blog e riportata da altre testate.

E così si alimenta il venticello.

Le ragioni per cui diciamo questo sono fondamentalmente due;

1) Chiunque abbia mai frequentato uno stadio sa che gli striscioni o cartelli che vengono esposti ad ogni partita sono moltissimi. Se chiedi al tuo vicino “hai visto quello striscione?” La risposta sarà sempre la stessa: “quale?”.
Senza prove Pecoraro giunge alla conclusione che, nella famosa telefonata, Agnelli e D’Angelo stessero parlando di quello, mentre nella stessa partita ne vennero esposti molti altri (come quello che trovate nella copertina). Giova ricordare che Alessandro D’Angelo venne ritenuto testimone affidabile dai sostituti procuratori di Torino.

2) Secondo l’accusa, il security manager, d’accordo col presidente avrebbe autorizzato l’esposizione di un determinato striscione offensivo su richiesta del presidente stesso al fine di evitare ritorsioni (come afferma lo stesso Pecoraro) e poi avrebbe aiutato le forze dell’ordine (fornendo alla DIGOS le immagini) a rintracciare i trasgressori.
Vi sembra logico? No, non lo è.
Se fargli esporre lo striscione era un modo per tenerli a bada, non avrebbe senso aver collaborato poi per farli denunciare…
In pratica, sempre secondo l’accusa – cioè Pecoraro – colui che è deputato a gestire i rapporti tra la società e i tifosi avrebbe teso un agguato ai 3 che poi sarebbero stati daspati, denunciati e avrebbero subito una perquisizione presso le loro abitazioni. E tutto questo senza che nessuno dei 3 tifosi abbia poi rivendicato il sostegno ricevuto da una figura ufficiale della Juventus FC.

In realtà la storia è molto più semplice: Agnelli e D’Angelo stavano parlando di un altro striscione.
Ma il tutto è servito per raggiungere il solito scopo “il meschino calunniato, avvilito calpestato, sotto il pubblico flagello, per gran sorte va a crepar”

Come avrebbe detto Stanis LaRochelle è tutto “molto italiano”…