Quale Allegria? (ovvero: come la Juve vincerà la Champions)

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Martedì 16 aprile 2019.

Quale allegria
Se ti ho cercato per una vita senza trovarti
Senza nemmeno avere la soddisfazione di averti
Per vederti andare via

 

Quale allegria
Se non riesco neanche più a immaginarti
Senza sapere se strisciare se volare
Insomma, non so più dove cercarti

Inutile nascondersi, quella appena trascorsa è stata una settimana contradditoria per i tifosi della Juve. Se da una parte l’orgoglio e la soddisfazione per l’ottavo Scudetto consecutivo hanno quantomeno lenito la delusione della notte europea più buia dell’era Allegri, la debacle con l’Ajax ha lasciato comunque scorie capaci di mettere in secondo piano un’impresa che tra qualche anno ricorderemo come un qualcosa di irripetibile.

Inutile nascondersi dicevo, perché l’obbiettivo stagionale, più o meno sbandierato, era la Coppa. Obbiettivo che poteva (doveva?) essere alla portata soprattutto alla luce delle contingenze che vedevano almeno tre delle favorite già sul divano e un CR7 in formato canonico (leggasi: immarcabile) dopo il rodaggio del Wanda, finalmente pronto a vestire i panni del trascinatore.

E invece…

Il day-after come spesso inevitabilmente succede è diventato il giorno del giudizio e dei processi sommari, roba che Norimberga a confronto può essere derubricato ad una puntata di Un giorno in pretura, neanche delle più memorabili

Il capro espiatorio non poteva che essere Massimiliano Allegri, l’allenatore che ha sì restituito ai bianconeri una consapevolezza europea che sembrava perduta ma reo di toppare sempre quando c’è da passare all’incasso. Dai cagon  e capre che hanno riempito le timelime dei social alla solita caccia alle streghe del “calcio all’italiana che non paga” partorita qua e là dagli analisti dei quotidiani sportivi (poteva mancare il solito copia incolla di Sacchi sulla Gazzetta secondo voi?) passando per le iperboli sul modello olandese, la partita con l’Ajax ha assunto per tutti le sembianze di una Waterloo per Allegri e l’allegrismo.

Ma è andata veramente così?

Premessa doverosa: che Max abbia completamente cannato la partita credo sia un fatto insindacabile. A sorprendermi in negativo, oltre le analisi sopracitate improntate più su un pregiudizio recondito che non sull’effettivo andamento del match dell’Allianz (tanto dopo una sconfitta della Juve tra chi festeggia e chi bestemmia chi vuoi che si accorga se vengono tirate in ballo solo sentenze preconfezionate), è stato proprio Allegri e l’atteggiamento della Juve: quanto di più lontano potesse esserci dai dettami del tecnico livornese.

A quattro cinque giorni di distanza è ancora difficile capire i motivi di un piano gara così scriteriato, in quella che è la prima vera sconfitta senza appello e su tutta la linea di un allenatore che ha fatto della lettura delle partite (e, se necessario, delle correzioni a gara in corso) il proprio tratto distintivo.

Se i primi dieci minuti di pressing forsennato potevano essere utili a minare le certezze dei giovani olandesi trovando magari un gol in grado di indirizzare la partita fin da subito, il copione si è rivelato efficace soltanto a metà: bene nella fase di non possesso, meno bene in quella di transizione positiva una volta recuperato il pallone.

A questo punto, una volta che i lanceri sembravano aver ritrovato la consueta confidenza nel palleggio arrivando un paio di volte a spaventare Szczesny, perché continuare a sfidarli su un territorio sicuramente più congeniale alla squadra di Ten Hag che non ai bianconeri?

Ecco, dopo la sfuriata iniziale, infruttuosa, e a maggior ragione dopo il vantaggio di Ronaldo mi sarei aspettato la classica partita allegriana fatta di difesa posizionale bassa, squadra corta e densità sulla propria trequarti per depotenziare l’arma migliore degli olandesi ovvero la ricezione dei trequartisti alle spalle del centrocampo avversario. Un qualcosa di molto simile a quanto già visto nelle numerose sfide al Napoli di Sarri, una squadra dai principi di gioco simili ai biancorossi, o, volendo fare un altro esempio, alla finale di Europa League 2017 tra lo United di Mourinho e l’Ajax appunto, allora nelle mani di Bosz.

La Juve ha invece continuato nella sua aggressione alta per tutto il primo tempo, pagando tutto con gli interessi nella ripresa, complice anche l’infortunio di Dybala.

Non esiste riprova ovviamente, ma basandosi sull’esperienza (per quanto il calcio rimanga quanto di più lontano da una scienza esatta) credo che a questo punto staremmo parlando di una Juve in semifinale, con buona pace dei teorici del “in Europa si vince con l’aggressività ed il dominio”.

Quante squadre brillanti, effervescenti, bravissime in transizione sono state depotenziate dalle scelte “conservative” di Allegri (oltre al Napoli, pensate al Monaco di Mbappè o al Borussia di Klopp)?

Perché questo cambio di atteggiamento dopo un’andata giocata prevalentemente di rimessa che aveva messo in luce le lacune dell’Ajax se presa in velocità?

Ha inciso la presenza di CR7 in squadra e quindi la volontà di vincere su tutta la linea dopo gli elogi ai giovani olandesi?

Ma soprattutto, è stata davvero la sconfitta dell’allegrismo come ci hanno raccontato?

A ben vedere con i dettami classici del mister questa partita ha avuto ben poco a che fare, a cominciare dal celebre Il calcio è semplice. È inutile complicarlo, è semplice: in campo tu devi fare l’opposto di quello che fa l’avversario. Se l’avversario ti viene incontro, ti allontani. Se si allontana, gli vai incontro. Fine.”. Già, fine. E’ come se Allegri avesse scelto di morire rinnegando le proprie convinzioni con un coup de théâtre che ci ha consegnato il più tragico dei finali. L’Allegri ortodosso dopo l’infortunio di Dybala sarebbe forse corso ai ripari inserendo Bentancur o addirittura (esagerando, ma neanche troppo) un Barzagli, come successe a Dortmund dopo l’uscita prematura di Pogba. Per la prima volta anche la lettura della gara in corso d’opera si è rivelata fallace. Si può dire che parlare di sconfitta dell’allegrismo è una mezza forzatura?

Il vero problema della Juve 2019, la prima dell’era Ronaldo, è stato il non aver saputo trovare un’identità definita, rimanendo a metà del guado: una squadra che magari prova ad essere propositiva ma che allo stesso tempo non rinnega la sua tradizione difensiva, non riuscendo però ad eccellere in nessuna delle due proposte, come il risultato di due forze che spingono in direzione opposta, perdendo così anche uno degli appigli sicuri e tradizionalmente più redditizi al quale aggrapparsi. Il secondo tempo con l’Ajax è diventato l’emblema di questa dicotomia. A fare da contraltare all’aggressività di Emre Can o alle indicazioni di Ronaldo (i due acquisti più europei e abituati a gare all’arma bianca), ci sono le corse all’indietro di Bonucci e Rugani, perché loro da buoni italiani questo sono abituati a fare, soprattutto quando subentra un po’ di paura.

Una frattura che dal piano prettamente culturale si poi inevitabilmente riversata su quello tattico, con una squadra più lunga e una prateria lasciata libera alle spalle di Pjanic (il più frastornato e indeciso su quale strada intraprendere) dove i trequartisti dell’Ajax hanno letteralmente banchettato.

A questo punto da un problema contingente che ha portato ad un’eliminazione sanguinosa, si passa ad uno di portata più ampia: quale direzione vorrà intraprendere la Juventus, intesa nella sua interezza, dall’area tecnica a quella dirigenziale?

Una risposta potrebbe essere quella evidenziata da Alfredo Giacobbe in un pezzo uscito su Ultimo Uomo: La Juventus non è, e difficilmente sarà mai, il Real Madrid, cioè una squadra che scende in campo per il gusto dello spettacolo, prima che per la vittoria. Ma se Allegri sta avendo successo alla Juventus è perché il suo sistema di valori, come allenatore e addirittura come uomo, coincide con il sistema di valori fondativi del club. (…) Chiedere alla Juventus di sostituire Allegri per avere un gioco diverso è una contraddizione. Questa società ha scelto questo allenatore. È come chiedere alla società di cambiare se stessa, di mutare geneticamente.

Siamo pronti ad un passo così grande? Il Bayern, la società in assoluto più simile alla Juve per vedute, intenti e tradizione, ci ha provato qualche anno fa con Guardiola trovandosi adesso però in una crisi, più identitaria che tecnica, non semplice da decifrare, anche in ottica futura.

Oppure è meglio fare un passo indietro, tornare la Juve-di-Allegri che conosciamo e abbiamo apprezzato, con comunque un Ronaldo in più in squadra?

Personalmente credo che se la Juve un giorno riuscirà a vincere quella Coppa lo farà da Juve, ritrovando quei punti di forza (la difesa, la sagacia, la tenuta mentale) venuti meno nelle ultime due stagioni.

Con Allegri o senza? La posizione della società al momento sembra chiara, a meno che Agnelli non abbia in canna il colpo di scena…

Con allegria

Far finta che in fondo in tutto il mondo

C’è gente con gli stessi tuoi problemi

Per poi fondare un circolo serale

Per pazzi sprasolati e un poco scemi

Facendo finta che la gara sia

Arrivare in salute al gran finale

Mentre è già pronto Andrea

Con un bastone e cento denti

Che ti chiede di pagare

di Gianluca Lorenzoni

@DennyMellow