Qualcuno era juventino perchè…

di Corrado Parlati |

Qualcuno era juventino perché era nato a Torino

Qualcuno era juventino perché il nonno, lo zio, papà, il fratello no

Qualcuno era juventino perché “la Juventus è qualcosa di più di una squadra, non so dire cosa, ma sono orgoglioso di farne parte”, come affermò Gaetano Scirea.

Qualcuno era juventino perché si sentiva solo.

Qualcuno era juventino perché non aveva altra scelta.

Qualcuno era juventino perché era bambino nel 2006, con Buffon, Cannavaro, Del Piero, Camoranesi e Zambrotta Campioni del Mondo.

Qualcuno era juventino perché, nel 1982, i Campioni del Mondo erano Zoff, Gentile, Scirea, Cabrini, Tardelli, Rossi, Causio.

Qualcuno era juventino perché la storia, in fin dei conti, siamo noi. Nessuno si senta offeso. E soprattutto nessuno si senta escluso.

Qualcuno era juventino perché “è un complesso modo di sentire, un impasto di sentimenti, di educazione, di bohemien, di allegria e di affetto, di fede alla nostra volontà di esistere e continuamente migliorare“, scrisse in un documento autografo uno dei fondatori.

Qualcuno era juventino perché essere Juventini vuol dire che “vincere non è importante, è l’unica cosa che conta“. Sul campo, che non necessariamente è quello di calcio.

Qualcuno era juventino perché vuol dire avere una vision ben precisa: prefissarsi un obiettivo, dare il massimo per raggiungerlo. Riuscirci. Chi s’accontenta, difatti, gode solo a metà.

Qualcuno era juventino perché ogni traguardo raggiunto non è altro che un punto di partenza per ciò che sarà dopo. Il passato? Conta eccome, perché serve a ricordati da dove sei partito e, inevitabilmente, chi sei.

Qualcuno era juventino perché la Juve è l’alibi di chi non vince mai. È un po’ come ciò che accade al mediocre a scuola: guarda con odio e diffidenza chi studia e raggiunge gli obiettivi, magari qualche volta quest’ultimo fallisce e il mediocre alza la testa, esce fuori dalla tana e ricorda agli altri con orgoglio che anche il migliore, in fin dei conti, è un mortale come tutti. Ma il mediocre resta mediocre, quello bravo resta bravo.

Qualcuno era juventino perché era operaio nelle fabbriche della FIAT.

Qualcuno era juventino perché era ricco, ma quell’aspetto popolare della squadra lo affascinava.

Qualcuno era juventino perché forse non era “tutta colpa di Moggi”.

Qualcuno era juventino perché nel 2006 è risorto dalle proprie ceneri come l’Araba Fenice

Qualcuno era juventino perché è una delle mille più diversità unite sotto un’unica bandiera, ed è per questo che per il razzismo, o per la discriminazione, tra chi ama davvero Madama, non c’è spazio. “Bianco che abbraccia il nero“, appunto.

Qualcuno era juventino perché era talmente affascinato da quegli eroi con la maglia a strisce che s’allargava a formare una gobba, che voleva essere uno di loro.

Qualcuno era juventino perchè la Juventinità “è senso di appartenenza, condivisione dei valori. È saper accettare le vittorie e anche le sconfitte, questo vale per i giocatori e anche per i tifosi”, diceva Furino.

Qualcuno era juventino perché “La Juventus è la compagna della vita, soprattutto un’emozione”.

Qualcuno era juventino perché sostiene una squadra che dista centinaia di chilometri da sé: è un legame debole, ma che vive di sé stesso, si autoalimenta.

Qualcuno era juventino perché la Champions, quest’anno no, il prossimo forse, ma tra due stagioni, sicuramente.

Qualcuno era juventino perché “Sono orgoglioso di essere juventino, di essere una «bandiera», come mi definite spesso, ma in realtà io sono solo una piccola parte di una grande bandiera bianconera, che cresce col passare degli anni e se ognuno di voi guarda con attenzione ci trova scritto anche il proprio nome”. E si, anche stavolta Del Piero aveva ragione.

Qualcuno era juventino per fare rabbia a suo padre.

Qualcuno era juventino perché si è trovato nel bel mezzo di quelli che, calcisticamente parlano, passeranno alla storia come i migliori anni della nostra vita.

Qualcuno era juventino, ma non ha ancora capito la fortuna di cui gode nel vivere un periodo come questo.

Qualcuno era juventino per moda, perché si finisce spesso per tifare chi vince.

Qualcuno era juventino perché (permettemi una piccola nota autobiografica) il primo gol di cui ha memoria è quello di Matteo Paro a Rimini, seguito da quello di Ricchiuti.

Qualcuno era juventino perché, fino all’anno prima, a Rimini ci era andato al mare o in discoteca.

Qualcuno era juventino perché “per me Juventus vuol dire storia del calcio. Una storia fatta da squadre indimenticabili e da giocatori che con il loro agonismo e la loro genialità hanno scritto alcune delle pagine più belle ed importanti nel libro del calcio mondiale. Juventus vuol dire cultura e stile che distinguono i dirigenti, gli allenatori ed i giocatori juventini. Infine Juventus vuoi dire passione e amore: la passione che unisce i milioni di tifosi in tutta Italia, in tutto il mondo; l’amore per la maglia bianconera che esplode nei momenti di trionfo e non diminuisce in periodi meno felici”. Parola di Le Roi.

Qualcuno era juventino perché “La Juve è una filosofia. Può piacere o non piacere ma è qualcosa di unico. Per me è stato un privilegio far parte della storia di quella società. Non è una società perfetta ma ha un dna vincente. Quando indossi quella maglia, ne senti il peso”, racconta Gianluca Vialli.

Qualcuno era juventino perché quando ha sentito slogan simpatici come “se stringo la mano a un milanista me la lavo, se la stringo a uno juventino mi conto le dita” ha avuto chiaro da che parte stare. Un po’ come quando, oggi, leggi i tweet di certi politici e capisci che la parte giusta è, sempre, quella opposta alla loro.

Qualcuno era juventino perché sentiva la necessità di appartenere a un qualcosa di diverso.

Qualcuno era juventino perché c’era Del Piero.

Qualcuno era juventino nonostante ci fosse Del Piero.

Qualcuno era juventino perché “senza di te non andremo lontano, Antonio Conte nostro capitano”. E poi, invece, è andata come doveva.

Qualcuno era juventino “è una scuola, ti insegna a vivere, a comportarti e a dare importanza ai giusti valori”. Parola di Paolo Montero.

Qualcuno era juventino un cavaliere non lascia mai una Signora.

Qualcuno era juventino perché esiste il calcio italiano, e poi ci siamo noi, ma probabilmente esiste l’Italia, e poi ci siamo noi.

Auguri, Madama!

Corrado Parlati

(Liberamente ispirato a quel genio che fu Giorgio Gaber, con la sua “Qualcuno era comunista”)


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