Qualcosa di grande da Bonucci a Khedira

di Luca Momblano |

Il day after, il giorno dopo, la Juve che non torna, come ibernata dentro una partita molto più espressiva di quanto il copione abbia lasciato intendere, non è mai un giorno normale. Perché lo si vive al di fuori del campo, crogiolandosi nella montagna di buone sensazioni, tra i titoli e i volti, gli abbracci e l’analisi semiotica delle esultanze.

Così, se si vuole partire dall’inizio (che è poi la fine), lo si fa con l’esultanza di Bonucci. A pugni chiusi, trattenuta e arrabbiata, con qualcuno o con se stesso. Ci teneva a essere con la squadra (concessione) mentre Allegri ci teneva a non farla passare (concessione). Insomma, il club è stato presente eccome. Marotta o chi per lui è passato da entrambi, come una ruspa, e il difensore non deve fare quello che ci è rimasto sotto.

Qualcosa di grande è accaduto. Qualcosa, più di una cosa, che segna un punto nuovo, un posizionamento nuovo, dinamiche nuove, senza possibilità di far finta di niente. Importa niente che a un certo momento, dopo un’ora, si sia pensato (o urlato) che bisognava vincerla.

Tra queste cose:

 

  • Vincere con quella sensazione di poter avere vita facile, come fuori casa accadde solo nell’andata di Glasgow quando si sognava di poter bruciare le tappe senza bruciare le fondamenta.
  • Vincere in undici contro dieci facendo letteralmente sentire le mani sulla gola dell’avversario, magari senza sangue negli occhi (poi dicono che gli allenatori sono solo gestori…): iniziare a essere dominanti quando si deve essere dominanti, anche in Champions, era il segnale necessario. Incluso il fatto che non ci fosse a quel punto da dimostrare, ma solo da continuare e progredire dentro la partita.
  • Prendersi tutto il karma possibile in una nottata che il racconto prometteva agitata, raccontava avvelenata, minacciava stregata. Allegri ci ha messo del suo, il fato pure, più clamore avrebbe fatto solo se i marcatori fossero stati Barzagli e Chiellini (passati da appiglio psicologico di un’era a generatori di ipocondria).
  • Prendersi tutto degli episodi con la regola dei cinque minuti, che adesso diventano due. La soglia psicologica di reazione e controreazione individuali e di squadra. C’è chi la sostiene davvero questa regola. E la ripete da anni allo scrivente, anche con messaggi improvvisi che riguardano partite improbabili. A proposito di probabilità: 141 secondi tra i due falli di Alex Telles; 120 tra ingresso e gol per Dani Alves. Poi c’è Pjaca, che spesso se l’è dovuta giocare in quei fatidici cinque minuti, lui che resterà sempre un discorso a parte fin quando si prenderà la maglia.
  • Khedira. Il gigante dimenticato. Migliore in campo insieme ad Alex Sandro, ma più nevralgico. Qualcosa di grande davvero, nella dimensione Champions. Non affascina, sembra un calciatore scontato e fa troppo spesso la fine dei tanti di cui si parla bene quando gioca peggio ma segna. Monumentale nella protezione di Pjanic, perché praticamente gli gioca alle spalle e non a fianco. Il tedesco è ciò che rende immune a oggi il 4-2-3-1 dei cinque che gli stanno davanti. E’ il meccanismo di autoregolazione. Se poi, come a Oporto, si infila da destra e da sinistra, lo si trova ultimo uomo o stoccatore anche improvvisato, è perché davvero le musichette a qualcuno accendono qualcosa. Quelli di Sami sono i colpi alla figura dell’avversario, al suo tronco. Senza quel lavoro ai fianchi Higuain e Dybala potrebbero, un giorno di primavera, non essere abbastanza.

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