Allegri come Proteo, ovvero l’unica cosa che conta

di Juventibus |

allegri

Proteo, secondo la mitologia classica, è una divinità marina capace di assumere qualsiasi forma e sembianza.

Max Allegri da Livorno, detto “Acciughina”, non è un dio del mare (nonostante l’epiteto e la provenienza) ma somiglia parecchio a Proteo, almeno riguardo alla facoltà di assumere altre, tante e diverse forme.

Allegri è attualmente l’allenatore della squadra più vincente della storia del calcio italiano, la Juventus, e vince.

Di recente, è circolata la notizia secondo la quale il Barcellona starebbe valutando l’opportunità di ingaggiare Allegri. Non  so quanto credito possa essere concesso ai giornalisti sportivi in fatto di mercato allenatori, come in effetti non so quanto credito debba essere concesso ai giornalisti sportivi in generale, ma credo che se al Barcellona hanno pensato ad Allegri per il dopo Enrique, allora sospetto lo abbiano fatto per questa ragione: è un allenatore che lascia intatta la ‘filosofia’ del club.

Il tecnico livornese lascia la ‘mentalità’ della squadra (talvolta anche schemi, moduli, sistemi e stili di gioco e gerarchie di spogliatoio) come la trova e ottiene il meglio che la ‘dimensione’ di quel club può sperare di raggiungere.  Da allenatore del Sassuolo conquistò una storica promozione dalla C 1 alla B; a Cagliari, due salvezze onorevoli, tranquille e con largo anticipo; al Milan vinse uno scudetto e una Supercoppa italiana, raggiunse sempre il piazzamento Champions e, compatibilmente con un evidente e forse irreversibile ridimensionamento del club, guidò la squadra rossonera nella massima competizione europea con prudenza, sapienza e dignità.

 

“Acciughina” entrò in casa Juve suonando il campanello e scusandosi per il disturbo, accettando pazientemente e in silenzio diffidenze e malumori da isteria collettiva, lavorando sodo e cercando di adattarsi alla nuova realtà. La realtà della Juve in quel luglio del 2014 era quella di una società e di una squadra che venivano da tre scudetti consecutivi, una supremazia incontrastata in Italia, grandi ambizioni e grandi amarezze in Europa; ma la realtà era anche rappresentata dal fatto che grazie a mister Conte – semper laudetur – il club bianconero aveva recuperato la sua storica ‘filosofia’ vincente e la consapevolezza del suo posto nel calcio, non solo italiano.

A Torino il tecnico livornese iniziò cambiando quasi nulla (a partire dalla conferma del contiano 3-5-2) e comunque minime cose e poco alla volta, gestendo con grande prudenza e cautela la situazione. Ad oggi in bianconero ha conquistato due scudetti, due Coppe Italia, una Supercoppa italiana, ha raggiunto una finale di Champions League e anche in questa stagione si ritrova ad aprile nella condizione di poter vincere tutto.

Il Barcellona, dicevamo. Il club ha una sua ‘immagine’ assai ben definita, sia per quanto riguarda il gioco, sia per quanto riguarda la gestione più ampia della società. Centrale è il concetto di “identità”. E infatti in Catalogna il Barcellona è «més que un club», cioè «più che un club», dal momento che la società è diventata il vessillo del movimento indipendentista catalano in ottica anti-spagnola e nello specifico anti-madrilena (la rivalità col Real Madrid assume infatti sfumature simboliche che vanno decisamente al di là dell’ambito sportivo). Cercando però di restringere il discorso alla dimensione calcistica, l’unica che in effetti ci riguarda, il club di Messi ha una precisa identità di gioco, e ormai da anni. Non è da escludere quindi che l’eventuale decisione di ingaggiare Allegri per sostituire l’ex tecnico della Roma possa essere frutto di una valutazione, per così dire, ‘conservativa’, finalizzata cioè a mantenere e (continuare a) far fruttare la ‘filosofia’ e l’attitudine alla vittoria dei catalani.

Allegri ha dimostrato di saper vincere, di saper gestire i campioni, di essere un aziendalista, di saper costruire una fase difensiva eccellente (i blaugrana ne avrebbero bisogno come il pane!), di non voler stravolgere il DNA della società che lo ingaggia, di saper fissare obiettivi ambiziosi ma non velleitari. Insomma , ha dimostrato di essere capace di commisurare ambizioni e mezzi tecnici, esigenze societarie e aspettative della tifoseria, il che significa che ci troviamo davanti a un tecnico di grande saggezza; forse non il migliore in assoluto, sicuramente il più saggio di tutti.

E il “bel gioco”? Allegri saprebbe far giocare bene il Barcellona? Alla Juve “Acciughina” sa di essere condannato a vincere (perché alla Juve vincere è l’unica cosa che conta e chi non la pensa così juventino vero non è) e quindi, sempre fedele alla sua mentalità schietta e diretta, il tecnico di Livorno vince e basta: il gioco non è una priorità, e quando c’è, c’è perché in quella specifica partita esso è funzionale alla vittoria. Al Barcellona, che ha fatto del gioco “a un tocco” un prodotto di mercato e del tiqui taqua un marchio, verosimilmente dovrebbe dimostrare di saper vincere e dare spettacolo. Dovesse davvero essere ingaggiato dai catalani, potrebbe anche adattarsi e assumere, novello Proteo, le sembianze di un tecnico vincente e anche spettacolare.

di Daniele Lopes