A proposito di nostri allenatori

di Simone Navarra |

Carlo Ancelotti bagnato dalla testa ai piedi che passa in mezzo ad ali di folla inferocita, che urla di tutto. Qualcuno sputa. Ci sono accenni di rissa dentro quello stadio fradicio di pioggia e lacrime, intitolato ad un campione scomparso e sfortunato. C’è una Italia che sembra sull’orlo della rivoluzione. Ci si sente come sottilette, sarà perché siamo quasi a metà dello Stivale e fa caldo malgrado tutto. In una altra vita ci scriverò un libro su quel pomeriggio di Perugia e andrà a ruba, sicuro. Ogni volta che vedo Ancelotti me lo ricordo in quelle ore lì, nel capoluogo umbro, con la tuta della Juventus sformata e mille persone ad urlargli ‘maiale’. L’ho difeso come ho potuto quel giorno. Ho sognato vittorie con lui. E quando l’ho visto esultare nel 2003 a Manchester, con la coppa dei campioni tra le mani, non sono riuscito ad odiarlo. A maledirlo come concesso ad un avversario sconfitto. Pure in occasione della sua deposizione al processo ‘Calciopoli’, a Roma, ne ho apprezzato la misura, il tono piatto. Perché in fondo la palla gira e rotola, e tra qualche anno ci si può ritrovare. Adesso, dicono, che Ancelotti possa tornare sulla panchina della Juve, al posto di Allegri ed in omaggio a quella filosofia bianconera e torinese che le cose migliori sono quelle conosciute. Non sarebbe un buon investimento, dico. Perché lui ha detto più volte che la sua casa da adulto è il Milan e quella di ragazzo la Roma. La Juventus è stata per Ancelotti e con Ancelotti una relazione mai nata, di quelle che conosci quando hai troppi brufoli e la forza di sfidare il mondo anche se non sai come direzionarla.
Ancelotti è questo e quest’altro. Al Milan è arrivato la prima volta con l’aura del figliol prodigo, del campione che aveva già dato il meglio quando era in campo. Antonio Conte lo ha riconosciuto. Se non fosse stato lui, certi lunedì non sarebbero passati perché il calcio è un gioco facile e complicato al tempo stesso. Mister Del Neri ha finito il suo ciclo quando ha dato un limite, il campionato, alla squadra. Quando ha detto in modo più o meno esplicito che lui della coppa, con quei giocatori, non sapeva che fare. Fu la fine di un viaggio appena abbozzato. La Juve è ambizione, voglia di scalare la montagna. Quel gran ‘San Giovanni Battista’ di Maifredi lo aveva capito e per questo firmò con la sua scombiccherata formazione di mezze punte e ragazzini una delle partite più belle in Europa, contro un Barcellona meno saldo di oggi ma pur sempre vincente. E’ questa la storia che ci piace a noi juventini. Azzardo una segnalazione dentro un pezzo cominciato ricordando lacrime e mal di pancia. Sottolineo allora che il mitico Trapattoni nel 1983 pare che si guadagnò la conferma solo con la vittoria della Coppa Italia. Aver perso campionato e coppa, nella terribile notte di Atene, poteva segnarne il cammino. “E’ difficile rialzarsi”, disse poi il grande Giuà. E così nel 1986, quando sembrava tutto pronto per un nuovo ciclo il mister accettò la corte dell’Inter. Trap. tornò e vinse, certo. Ma fu un tempo breve e con un clima di restaurazione.
Allegri potrà fare e disfare l’11 e la rosa come vorrà. C’è da esserne certi. Gli verrà messo a disposizione un budget di poco inferiore a quello dello scorso anno e nessuno dovrebbe lamentarsi. Il problema è capire se lui avrà voglia di ripetere un percorso che sinora non è riuscito a scalare le montagne di Bayern, Real e Barcellona. Alex Ferguson in un suo indimenticabile libro di memorie ha ricordato e confessato come fosse ogni volta una sfida ricostruire la squadra tenendo le colonne fiondamentali. Lui ha fatto la storia e c’è riuscito. Allegri per completare il quadro deve avere questo sogno e cercare di infilarlo nella testa dei ragazzi. Ci riuscirà?