Il Processo di Varriale

di Andrea Sarubbi |

Purtroppo il tifo mi ha preso nella pancia di mamma, quando papà mi gridava Juve sperando che dessi qualche calcetto. Ha provato con i calcetti pure più tardi, mettendomi un pallone ai piedi e sperando che diventassi come Omar Sivori. A tre anni mi portava in un albergo di Ostia, sul lungomare, e mi faceva prendere in braccio da Boniperti come se fosse mio nonno.

Siamo andati insieme all’Olimpico, quando avevo una decina d’anni, a prendere gli insulti dopo un nostro gol perché “qui siete ospiti e un ospite non può esultare”. Eravamo ad Atene, poi a Basilea, mentre all’Heysel andò lui solo perché durante la finale col Liverpool – per fortuna mia – ero in punizione.

Quando arrivi così all’adolescenza, dopo aver superato il trauma dello scudetto giallorosso in prima media, non puoi più tornare indietro. E così a 46 anni mi ritrovo mani e piedi in una storia che non ho scelto, con l’aggravante dell’età e dell’ansia crescente: mi chiedi chi ha giocato bene e chi male dei nostri e io non ti so rispondere, perché quando è in campo la mia squadra del cuore perdo l’uso delle facoltà mentali. Noi tifosi siamo così: io, voi, Enrico Varriale.

 

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Ho incrociato Varriale diverse volte in Rai, quando conducevo A sua immagine, e poi l’ho rivisto una volta a Napoli, quando ero deputato. C’era un evento sportivo con la partecipazione di De Laurentiis, e mi pare che presentasse lui. Pranzammo anche insieme, a Castel dell’Ovo, e scherzammo a lungo sulle rispettive fedi calcistiche. Ma non ci sentimmo mai, nel corso degli anni, fino alle 18 di un anonimo lunedì del 2013. Credo. Quando mi chiese di andare come ospite al Processo, “a difendere la tua Juve”, perché – questo me lo spiegò Massimo, subito dopo – il sor Zampini gli aveva dato buca e per farsi perdonare gli aveva girato il telefono di un possibile sostituto.

Il parterre de rois del Processo era: Maionchi, Scanzi, Dalai (intelligente e simpatico) e non mi ricordo chi altro. Mi ricordo perfettamente un assistente di studio, invece, che ci faceva segno di darci addosso e di litigare di più, perché il clima era troppo moscio. Ce l’aveva con me, in particolare, ma io non ero capace, perché oltre l’ironia non so andare: tornai dunque a casa piuttosto deluso e chiamai subito Massimo, il vero colpevole della serataccia. Mai più, mi dissi e gli dissi, sproloquiando pure di reputazioni da difendere dopo tanti anni di impegno civile e di giornalismo serio.

 

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Non so cosa mi abbia spinto stamattina a sfottere Varriale. Forse la marea di fesserie lette in questi giorni in rete sul fratello di Orsato, il labiale di Tagliavento, la mixed zone di Allegri. Mi sarei dovuto accontentare della battuta di Davide Castagnetti, che su Twitter – quando il nostro prode parlava degli eroi azzurri sconfitti solo da “qualcosa che non si può battere” – gli aveva chiesto se stesse parlando della Fiorentina. Ma i tweet a volte ti escono da soli, e sono perfidi: pur sapendo che ti metteranno nei guai, escono lo stesso. Anzi, quando li hai postati ti guardano pure strafottenti.

 

 

Traduzione: se fai il giornalista sportivo, per di più nel servizio pubblico, non puoi essere un tifoso. O meglio, puoi esserlo – come Riccardo Cucchi lo è della Lazio e Francesco Repice lo è della Roma, per esempio – ma impedendo il contatto fra la passione e la professionalità. La curva dell’Inter ha dedicato uno striscione a Cucchi, noi juventini ascoltiamo Repice sotto la doccia: vuol dire che fanno bene il loro lavoro. Chi non ci riesce, perché la passione è più forte di lui, può anche dedicarsi ad altro. Io, per esempio, mi occupo di politica estera e di attualità internazionale.

 

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Il lato triste della vicenda non è la schermaglia tra tifosi. È che Varriale, punto nell’orgoglio, ha reagito in maniera scomposta, una fesseria dopo l’altra, fino alla bugia finale sulle mie telefonate in redazione per poter partecipare al Processo. In diversi ci hanno creduto, qualcuno mi ha pure insultato: tutti i tifosi del Napoli e, in generale, gli antijuventini. Non perché l’accusa fosse vera, ma perché era verosimile: come il fratello di Orsato, il labiale di Tagliavento e i complimenti di Allegri all’arbitro nella mixed zone.