La dirigenza, Sarri, Allegri, la rosa: Il problema e la soluzione

di Mauro Bortone |

Il tracollo di Champions e l’accelerata sul destino di Sarri hanno mostrato quanto sia sottile la linea che divide la speranza di un successo dalla presa d’atto di un fallimento. È andata a finire come in molti juventini si attendevano, ovvero con quel senso di sfiducia rispetto ad un’impresa sulla carta più che praticabile, ma diventata tabù dinanzi alle prestazioni sempre meno convincenti di una squadra che ha perso certezze nel tempo. E l’epilogo, l’esonero dell’allenatore, non sorprende più di tanto, perché è da tempo che gli ambienti vicini alla società predicavano che la sfida col Lione non avrebbero influito sul futuro del mister toscano, evidentemente già segnato per via di quella rivoluzione ibrida, incapace di diventare vera.

Il perché non sia passata dall’idea all’azione sarebbe da pescare in molteplici spiegazioni. Le responsabilità di vittorie e fallimenti sono sempre da condividere: quindi se quello di Sarri è un fallimento, non si può ascrivere tutto a lui, ma le sue “colpe” sono da condividere quanto meno con chi lo ha scelto in nome di un cambio di mentalità, mettendogli a disposizione una squadra a metà tra quella che era e quello che avrebbe dovuto essere. Responsabilità da condividere anche con chi ha avallato la discontinuità col passato, senza dare fiducia nel profondo, un po’ come avvenuto in molti giocatori del gruppo, che hanno manifestato fin da subito malessere verso altri principi e come una buona fetta di tifosi, desiderosi di un calcio diverso ma poi impazienti di risultati immediati.

Sarri indubbiamente nel fallimento c’ha messo del suo: quando arrivi alla Juve, al culmine della carriera, hai un’occasione rara e, al di là delle idee, devi saper segnare i rapporti con i giocatori, entrare nel loro cuore per catturarne disponibilità e dedizione. Invece è palese che la sua gestione non sia stata in grado di trovare sintonia piena non solo con lo spogliatoio ma con l’intero ambiente, tanto che gli stessi dirigenti che lo hanno voluto al posto di Allegri, nel tempo, si sono affrancati dal sostenerlo.

Ma ad essere onesti, qualcosa andrebbe detto anche sulla squadra, che al di là delle pecche con cui è stata costruita, negli ultimi due anni, ha smarrito personalità, coraggio, furia agonistica e dedizione alla causa. Nella sfida contro il Lione, a parte rare eccezioni, nessuno è sembrato voler mettere qualcosa in più rispetto alle proprie paure, ai limiti del momento: ed è logico attendersi che anche una Juve in debito di ossigeno e con problemi di uomini, possa offrire una prestazione diversa da quella di ieri con la cattiveria di chi non vuol salutare anzitempo l’Europa. La sensazione è invece stata la stessa di latente impotenza come nel quarto di ritorno contro i lancieri dell’Ajax nell’aprile del 2019.

Il campo, dunque, dice che il problema non era Allegri anche se probabilmente non era neanche la soluzione. Così come oggi problema (e soluzione) non è il solo Sarri. La rivoluzione per essere vera, prima che dalla scelta del prossimo allenatore, deve partire da un’analisi onesta e totale della rosa, di chi ha ancora senso che ne faccia parte e di chi invece debba ritenere chiusa la sua esperienza alla Juventus. Servono giocatori di livello, che siano sani, vogliosi e funzionali alla squadra di domani; serve un centrocampo che sia davvero, dopo anni di balbettii, all’altezza della storia bianconera. Non servono processi sommari o capri espiatori, ma scelte davvero condivise, ragionate e sostenute in pieno e nel tempo. Perché uno solo non sarà mai la soluzione. E neanche il problema.


JUVENTIBUS LIVE