Prendila così

di Juventibus |

di Abate Busoni

Mi piace molto Juventibus. E non mi riferisco solo a chi ci scrive abitualmente, o a chi lo ha ideato. Ma anche a chi lo legge, ed esprime con estrema competenza le sue opinioni. Un mondo aperto, libero, all’interno del quale le idee si incontrano, e ogni tanto si scontrano anche. Ma cosa sarebbe il discorso se non ci fossero vedute divergenti? Il nulla. Sarebbe monotonia, chiusura di orizzonti, noia. Come i numeri. Credo molto di più nel valore espressivo delle parole, rispetto alla freddezza delle cifre. Credo molto di più all’emozione vissuta, alla gioia inaspettata, al sacrificio, e alle sensazioni che ti può trasmettere un gol o una giocata fantastica. Così è stato vissuto l’anno irripetibile del Leicester: un autentico miracolo fatto da Ranieri, per il quale non ho mai provato grande apprezzamento, dal punto di vista strettamente calcistico. La tranquillità, la serenità di quell’ambiente ha permesso di raggiungere un traguardo inimmaginabile. Senza scuse, senza alibi. Non come in Italia, dove si viene su con l’idea che tutto è pilotato, manipolato, dove si crede che le favole non possano esistere. E allora Frosinone, Carpi, Crotone, Chievo…tante per citarne alcune. O ancora, per i più canuti, Cagliari, Verona, Sampdoria, anche la stessa Fiorentina, o ancora il Parma per i più giovani. Se la favola ci dice Leicester e la regola, invece, afferma che lo scudetto va nel 99% dei casi alla squadra col maggior fatturato, io credo che l’Italia calcistica sia un paese nel quale le favole si realizzano con una percentuale più alta rispetto all’Inghilterra, tanto per restare in tema. Sarebbe successo quest’anno anche nel nostro campionato, se la Juventus non avesse deciso di fare la Juventus. La domanda non è “può accadere una cosa simile in Italia”, ma un’altra. Che sapore avrebbe una vittoria se gli altri concorrenti, vuoi per una ragione vuoi per un’altra, si sparassero tra i coglioni da soli? E’ per questo che il significato delle cose non va mai strumentalizzato, perché si arriverebbe a formulare ipotesi all’infinito. Il cervello scoppia, e il fegato pure. Bisognerebbe godersi i risultati raggiunti con sacrificio, e non trovare alibi per quelli che non si potevano, forse, raggiungere.