La predestinazione è una scienza esatta come Pirlo

di Andrea Mangia |

Definirlo fulmine a ciel sereno sarebbe oltremodo riduttivo. Ciò a cui abbiamo assistito nel pomeriggio di sabato 8 agosto 2020 appare più simile all’esplosione nota come Big Bang che, metaforicamente, ha generato una vera e propria rivoluzione, nell’universo Juve.

Via Sarri, Pirlo nuovo allenatore. Sì, proprio lui, Andrea Pirlo, nominato appena 8 giorni prima allenatore dell’Under 23.

Non mi soffermerò sulle tempistiche, anche se ci sarebbe parecchio da dire, perché se Sarri, come è pressoché evidente, era già fuori da un pezzo, non ci sarebbe stata la presentazione di Andrea Pirlo per l’Under 23 10 giorni fa, fosse stato quest’ultimo la prima scelta. Ma questa è un’altra storia.
E poco importa. Pirlo è la scelta, W Andrea Pirlo.

Ammetto candidamente di essere stato molto colpito, sorpreso, quasi smarrito. Una sensazione forse mai provata, né positiva né negativa. Svuotato di ogni emozione ed incapace di essere razionale.

Poi però pian piano cominci a pensare alla lungimiranza del presidente, uno che da almeno 7/8 anni buoni “vive avanti” rispetto a tutto ciò che lo circonda, uno che ha fatto addirittura divenire “live ahead” hashtag ufficiale di questa società.

Continui pensando a quanto faticosa e pesante è stata questa stagione… Un epilogo che assume ogni istante di più i contorni di una vera e propria liberazione. Ho sempre sostenuto Sarri e ho tenuto per me tutte le critiche, ma mi pare evidente che l’ambiente non lo sopportasse più, che la scintilla non sia mai veramente scoccata, che lui non sia mai riuscito a calarsi nella parte e che, alla luce di ciò, vincere questo scudetto sia stata davvero un’impresa titanica.

Tutto questo, tra l’altro, la dice lunga sul potenziale inespresso da questa squadra in questa stagione, nonostante i suoi numerosi ed evidenti difetti, quasi dei limiti.

E poi c’è lui, Andrea Pirlo, con quel sorrisetto sornione stampato sulla faccia e quell’espressione sempre così fiera e sicura di sé.
Un genio, in campo, un foglio bianco, in panchina.

Un foglio bianco. Significa ZERO. Niente. Nada. Nessun tipo di esperienza pregressa, nel ruolo di allenatore, nemmeno per scherzo. Il che può scatenare la fantasia di alcuni, che traspongono la sua genialità da giocatore sul ruolo di allenatore, così come i dubbi di altri, che racconteranno come fare l’allenatore ed il giocatore siano cose totalmente diverse.
Qualsiasi possa essere l’opinione a riguardo una cosa è certa. E’ puro e semplice frutto delle emozioni, delle sensazioni e nulla più.

E infine, sullo sfondo, ci sono loro: gli altisonanti esempi recenti del calcio europeo: Guardiola e Zidane. Forse i più vincenti manager degli ultimi 10 anni, che hanno in comune la dote di essere partiti QUASI da zero, aver preso dopo poco tempo in mano Real e Barca, portandole poi ripetutamente sul tetto del mondo.
Molti si soffermeranno su quel quasi. Guardiola prima di approdare al Barcellona si è “fatto le ossa” al Barcellona B, così come Zidane ha maturato le esperienze come vice di Ancelotti prima e come allenatore del Castilla poi.
Un quasi che per qualcuno è un ostacolo alto quanto l’Everest. Che rischio! Che azzardo!

Proprio stamane leggevo un commento di Arrigo Sacchi che afferma: “le ossa si fanno in provincia”. Forse. Forse per lui, che a calcio non ha mai giocato, prima di allenare.

Ma se ti chiami Andrea Pirlo, certi discorsi non valgono. Perché a certi livelli (quelli eccelsi del “Maestro”) si parla un linguaggio universale, aulico, il linguaggio degli dèi, incomprensibile ai comuni mortali. Specialmente nel calcio attuale, in cui certi artifizi, certe sovrastrutture, certe sfumature, possono essere chiare esclusivamente a chi a certi livelli è abituato a starci. Aspetti e risvolti di un livello che può essere compreso solo da una ristretta élite, che sa subito riconoscere se stessa ed i suoi simili, ma che allo stesso modo elimina e brucia in maniera quasi automatica chi non è fatto di quella stessa sostanza.

La capacità di Andrea Pirlo di saper comunicare con campioni del calibro di Ronaldo o Dybala dipenderà esclusivamente dalla sua “aura”, dal carisma che sapranno riconoscere in lui certi mostri sacri che nel guardarlo e nell’ascoltarlo, lo considereranno un loro pari, uno che parla, appunto, la loro stessa lingua calcistica.

Per riuscire ad entrare nella testa di Cristiano Ronaldo, non è di nessuna utilità essersi “fatto le ossa” con Zanimacchia o Fagioli. Per citare Pulp Fiction: “Non è lo stesso f***o campo da gioco, non è lo stesso campionato e non è nemmeno lo stesso sport”.
Così come per Guardiola, ne sono certo, non è stata di nessuna utilità aver allenato il “Bocalon spagnolo”, per potersi relazionare con Lionel Messi, con tutto il rispetto per la punta del Pordenone.

Lì è il tuo spessore umano e professionale che incide, non l’esperienza sui campi di provincia.

Anzi, sapete qual è il rischio più grande per un uomo come Andrea Pirlo, affacciandosi alla prima esperienza in panchina?
È proprio quello di essere catapultato in una realtà provinciale. Un professionista da sempre abituato al meglio del meglio, in termini di strutture, di approccio, di contorno, di professionalità dello staff che lo circonda, rischia concretamente di sentirsi spiazzato e smarrito in un ambiente in cui pressoché nulla attorno a sé è in sintonia con il suo “spessore” calcistico.

La predestinazione è una scienza esatta. O ce l’hai o non ce l’hai. Quando sei un fuoriclasse, saranno i fatti a parlare per te, Non servono sovrastrutture.

E chi pensa il contrario semplicemente sbaglia.

È, se ci pensate, un po’come pensare che Totti avrebbe fatto una carriera migliore se invece di esordire in serie A a 16 anni, si fosse fatto le ossa un paio d’anni… chessò… alla Lodigiani in C1. O Maldini al Varese…
O, al contrario, pensare che Del Piero sia stato Del Piero proprio grazie al determinante anno che ha trascorso in serie B al Padova.
Sciocchezze. Il campo ci dirà che allenatore è Pirlo. E nessuno mi toglie dalla testa che il Maestro si trovi esattamente nel migliore dei posti possibili, per iniziare la sua avventura da allenatore, in un ambiente dove è amato, con una società alle spalle in grado di proteggerlo e di metterlo in condizione fin da subito di esprimere appieno se stesso, mettendogli a disposizione il meglio che un allenatore possa desiderare.

Qualcuno ha detto che il successo è quando l’opportunità incontra la preparazione. I teorici della gavetta intendono il termine preparazione in termini di lavoro e fatica sui campi di periferia. Io, per il Maestro, lo intendo come quel bagaglio di personalità, consapevolezza, carisma ed esperienze vissute sempre e solo ai massimi livelli, che ti rendono un vincente, nella vita così come su una panchina.
E adesso “Musica, Maestro…”.