Avversarie Champions: 5-3-3 col Barcellona e altre storie

di Massimiliano Mingioni |

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Urna amica o amara? Gli ottimisti, dopo il sorteggio del girone eliminatorio della Champions league 2017-2018, prevalgono anche se gli spettri di Cardiff aleggiano ancora fastidiosi e ululanti. Ma chi non ha definitivamente voltato le spalle all’ingrata competizione come si ripromette a ogni finale, simile in questo al fumatore incallito che smette tante volte al giorno, cerca conforto, oltre che nella fede, nei precedenti.

Puntuale come una cartella esattoriale il Barcellona sembra ormai il pendant della carriera internazionale di Massimiliano Allegri, cui non resta forse, per liberarsene, che allenarla: a suo tempo.

Nello scorso aprile abbiamo ripercorso qui la storia dei confronti coi blaugrana, dalla prima vincente sortita della giovane Juve di Picchi e Allodi nel 1970 alla disgraziata (e te pareva) partita di Berlino, passando per Pacione e Zalayeta. Alla retrospettiva manca appunto l’ultimo confronto, che è poi alla base della diffusa fiducia per questo “group stage” (direbbe Agnelli): la doppia sfida con gli uomini di Luis Enrique in primavera fu in effetti una pagina radiosa quanto subdola, avendo inoculato l’insana speranza di vittoria finale. A Torino, una prestazione di coralità assoluta e armoniosa, con i lampi di Dybala, l’incornata di Chiellini, l’occupazione sapiente degli spazi, la compattezza della retrovia, insomma forse la miglior partita della gestione allegriana. Al ritorno una sublimazione delle trasferte trapattoniane, portando a perfezione il concetto di gestione del risultato, con una difesa insuperabile (ma fu forse il canto del cigno di quel pacchetto), e solo la serata no di un opaco Higuain a precludere il golletto corsaro. Quel Barça, che pure pochi giorni dopo batté sonoramente il Real che poi eccetera, apparentemente è entrato da quella sera in una fase crepuscolare, da fine impero: Neymar se n’è andato in modo fragoroso, Dembelè arriverà probabilmente, gli altri, incluso Messi, sembrano umanizzati; donde l’ottimismo. Noi però dal canto nostro abbiamo smantellato, non si starà qui a dire se opportunamente o meno, la difesa di cui sopra, senza sostituirne gli interpreti con altri di pari livello (attenzione però a Howedes, ancora non definito – mentre scriviamo – acquisto intelligente), perdendo quindi una componente fondamentale della vittoria recente. Sulla carta è aumentato e non di poco il potenziale creativo/offensivo: potrebbe venirne fuori un confronto molto diverso, vedremo. Qui si riepiloga il bilancio: siamo arrivati a 11 confronti, con 5 vittorie nostre, 3 pareggi e 3 sconfitte, fra cui quella sanguinosa del 2015 che pesa assai. 14 gol fatti, 12 subiti, casa a oggi inviolata.

Nessun precedente con lo Sporting Lisbona, possibile mina vagante che speriamo di ridimensionare a petardo: col calcio portoghese un rapporto double-face, eccellente sul versante Porto con 5 incontri, 4 vittorie di cui una finale e un pareggio; bene anche con le poco gallonate Vitoria Setubal (liquidata nella coppa delle Fiere del ’66) e Maritimo Funchal fatto fuori nella Uefa 94-95; malino col Benfica, battuto nella Uefa 92-93 ma impostosi nella Coppa campioni del ’68 con Eusebio e i suoi fidi, e più amaramente con l’imperdonabile, sciagurata semifinale di Europa League del 2014, quando la possibilità di vincere una finale europea in casa fu sacrificata sull’altare di un ego fuori sagoma e di un record platonico.

Infine, l’Olympiacos, che zitta zitta – e speriamo che questo “silenzio” perduri – è diventata una nostra avversaria frequente. Il primo incrocio risale alla già citata coppa campioni del 67-68, l’unica della Juve operaia di Heriberto Herrera, che dopo lo 0-0 dell’andata liquidò agevolmente all’inglese i greci a Torino con le reti di “Cavallo pazzo” Zigoni e di Menichelli; come detto il cammino dei nostri finì in semifinale, fra le fauci della Pantera nera Eusebio. Dopo quasi un trentennio i biancorossi del Pireo si manifestano dalle nostre parti, dapprima in modo indiretto ma fortunato quando un pericoloso incrocio di risultati, che potrebbe condannare la Juve all’eliminazione dalla CL, si sbroglia favorevolmente grazie a un bolide di Djordievic, attaccante in forza agli ellenici, che fa fuori il Rosenborg mentre noi battiamo in casa lo United. L’anno dopo eccoci invece di fronte, nei quarti di finale: la pratica sembra sbrigata con perizia grazie ai gol di Inzaghi e Conte, ma un recupero di ingiustificata lunghezza produce un rigore battuto al 96°, che rende molto più insidioso il ritorno in un campo tradizionalmente caldo. E infatti si soffre e si va sotto, si batte e ribatte sulla difesa di Eleftheropoulos, finché a 5 minuti dalla fine è ancora Conte a indovinare in area il controbalzo vincente: ancora semifinale, contro i Red Devils quell’anno troppo forti.

Riecco l’Olympiacos nel girone di CL 2003-2004, e qui si passeggia, vinciamo di là 2-1 con doppietta di Nedved, dilaghiamo addirittura a Torino con un 7-0 cui partecipano, oltre a Maresca, tutti gli attaccanti della rosa compreso Miccoli (!). Il prosieguo però sarà mesto e il Deportivo La Coruña ci congederà bruscamente.

Infine, 2014, primo anno di Allegri, una Juve che in Europa ancora cerca la sua dimensione, attanagliata da paure e fisime, che soccombe ad Atene per 1-0, e al ritorno sperimenta, insieme a un nuovo assetto tattico, il gusto dapprima della disfatta, quando al gol di Pirlo replicano immediatamente gli avversari che vanno poi avanti nel secondo tempo; poi il trionfo firmato, dopo il pari, da Pogba, e infine lo spreco quando uno svagato Vidal, a tempo scaduto, spara fuori il rigore che avrebbe certificato la qualificazione. Che arriverà comunque, spalancando la strada verso l’inattesa finale di Berlino. Col Barcellona.

E il cerchio, come si suol dire, si chiude.