Porto-Juve, il ritorno degli spettri

di Giulio Gori |

Un minuto e arriva il gol più surreale.

Un minuto e la Juventus cade in un incubo inatteso, che non tornava da molti anni: la paura. Il Porto continua ad aggredire, le gambe dei giocatori bianconeri si fanno pesanti, le certezze se ne vanno, quel tocco di troppo, quell’attimo di attesa dettato dall’esitazione fanno il gioco degli avversari. La squadra sbanda, sembra in apnea, i giocatori vorrebbero scomparire dal campo.

Non è una questione tecnica, non è una questione tattica, è solo un problema di testa. Lo dimostra il fatto che i giocatori in campo sbagliano anche i passaggi elementari, lo fanno persino i più bravi: errori da almeno tre categorie inferiori. La Juventus perde poi quasi tutti i contrasti, spesso neppure li affronta, fa il passo indietro.

Sono gli spettri del peso della responsabilità che ricade su una squadra più forte quando, contro avversari più deboli, in un confronto diretto che non consente di sbagliare, sente venire meno le sue certezze. Sono situazioni che non succedono quasi mai contro le grandi squadre, quando si lotta su ogni pallone anche quando le cose vanno male, perché c’è niente o poco da perdere. Succede solo da favoriti. È una cosa che nel calcio succede spesso, è successo anche alla Juventus. Era accaduto non molti anni fa, quando le gambe tremavano contro un Copenaghen o contro un Galatasaray, e non per caso le partite migliori si vedevano invece contro il grande Real Madrid.

L’ultima volta che la Juve ebbe le stesse paure in una partita alla sua portata fu contro l’Olympiacos, nel 2014. Sono meccanismi che scattano quando si gioca una sfida dentro-fuori, come lo fu sette anni fa la partita di Torino contro i greci, quando, pur nel girone, i giocatori della Juventus si giocavano la qualificazione in quella partita. I bianconeri andarono nel pallone, finirono sotto nel punteggio e solo a quel punto la disperazione prese il sopravvento sul terrore, con un’ultima mezz’ora di livelli altissimi in cui la Juve portò a casa il risultato.

Succedono spesso queste situazioni, alle squadre buone e meno buone. Ma dopo quella partita contro l’Olympiakos la Juventus diventò qualcosa di più, diventò una grande squadra, che non solo imparò a combattere alla pari con le grandi d’Europa, ma fu in grado di assicurarsi un dominio mentale, oltreché tecnico, contro tutte le formazioni di rango inferiore. Una Champions si vince così giocando alla pari con le grandi e senza rischiare nulla con le piccole.

Sette anni dopo quel laborioso processo di maturazione, la Juventus sembra aver fatto un grosso passo indietro. Non tecnico, perché i lusitani sono sensibilmente inferiori ai bianconeri, non tattico, perché la qualità di uno scaglionamento diventa del tutto inutile se si sbagliano passaggi di 3 metri. Un passo indietro di mentalità. È tornata la paura, la paura di sbagliare quando non puoi permettertelo. E Il Porto con straordinaria lucidità e ferocia ha capito che il ritorno in campo nel secondo tempo non doveva lasciare spazio all’autostima della Juventus. L’aggressione che ha portato il secondo gol non è casuale, è una scelta misurata e saggia fatta nello spogliatoio, perché, anche se il gol non fosse arrivato, quella situazione avrebbe di nuovo minato le certezze dei giocatori bianconeri, che a loro volta speravano nell’efficacia del reset fatto nell’intervallo.

Non dovrebbe succedere, non deve succedere che una grande squadra abbia più di cinque minuti di queste cattive sensazioni. Una grande squadra può sì finire in un momento da incubo, ma breve, e di solito lo supera facendo girare palla in modo sterile, il tempo che serve a rigenerare la testa. Che cosa serva per far scattare una molla diversa in una squadra che finisce nel panico è difficile dirlo, ma lo scatto serve, in questo l’allenatore ha un ruolo cruciale. È evidente invece che contro il Porto la Juventus non abbia portato in campo sufficiente tranquillità – spesso un eccesso di tensione può essere controproducente –, sembra quasi che dopo l’ultima partita contro il Napoli, giocata sotto ritmo, sia stata, per una scelta nefasta, caricata fin troppo. Non è un caso se la Juventus dopo la bella azione che ha portato al 2 a 1 abbia rischiato subito di pareggiare.

Dopo la partita, anche Andrea Pirlo ha ammesso che dopo un gol come quello incassato in apertura “un po’ di paura ti viene, ti mancano le certezze“. Ha ragione, la diagnosi è corretta, ma il medico che deve curare la malattia e scacciare gli spettri è proprio lui.