Pjanic e Juve separati in casa, un addio lungo due mesi

di Valeria Arena |

Ho scritto un necrologio persino per la vendita di Hernanes, figuriamoci se posso esimermi dal salutare per sempre Miralem Pjanic.

Pochi giorni fa dissi ad alta voce, e per alta voce intendo che pigiai a caso le lettere della tastiera del cellulare, che una delle missioni di questo anno sgangherato sarebbe stata quella di determinare quale membro della coppia si fosse disinnamorato per primo, quindi se Pjanic della Juve o se la Juve di Pjanic, mentre a individuare il momento esatto in cui la magia sarebbe evaporata, ho rinunciato pressoché da subito, perché, come canta bene il poeta, quando finisce davvero l’amore ancora nessuno lo sa. E lo so che state tutti aspettando che vi urli la parola Cardiff per difendere la mia reputazione, ma no, non credo che nessuno si sia disinnamorato di qualcun altro dopo quella partita, a parte Dani Alves, ovvio.

Avanzando a tentoni per pregiudizio, punterei tutto sulla Juve, d’altra parte è (quasi) sempre la Juve che si disinnamora per prima, è (quasi) sempre la Juve che ti mostra la porta, sia per entrare che per uscire, è (quasi) sempre la Juve che ti saluta e si volta dall’altra parte, eccetto per Dani Alves, ovvio. Sarebbe quindi da stupidi non rendersi conto che la dipartita di Pjanic è il tassello numero uno, anzi due se consideriamo anche Sarri, di un cambiamento che la società ha già annunciato lo scorso anno. Insomma, pare esserci un nuovo centrocampo in town, per cui forse Babbo Natale può anche stracciare i quintali di letterine che abbiamo scritto in questi anni e che lui ha prontamente ignorato.

Il centrocampo, dicevamo, la spada di Damocle che ha iniziato a pressare sulla ferita sin dallo smembramento di quell’ottava meraviglia del mondo che era ritrarre in successione Vidal, Pogba, Pirlo e Marchisio. Ed è qui che inizia il necrologio dedicato a Pjanic, perché, purtroppo per lui, non si può procedere su questa strada ignorando chi e cosa è stato chiamato a sostituire.

Fateci caso, tutto ciò che c’è da dire su una questione, è già stato spiegato per bene da quelli bravi, come quel “magari avessimo avuto noi questi attaccanti qui” di Andrea Pirlo, che lascia presupporre un’altrettanto “magari questi attaccanti qui avessero avuto noi”. Una sintesi perfetta che, per la sua spietata semplicità, possiamo custodire gelosamente nei giorni a venire e poi con sfregio ignorare perché, a conti fatti, il risultato finale è stato praticamente identico. Per arrivare alla volta celeste e trafiggere le stelle  bastava solo un po’ di tempismo e una anagrafica che giocasse a favore nostro.

Torniamo però a Pjanic. Il necrologio, d’altra parte, dovrebbe essere il suo, ma qui non se ne vede ancora traccia, a dimostrazione di quanto sia difficile dibattere di lui senza citare in modo compulsivo Pirlo. E allora colgo l’occasione per trasformare questo elogio funebre in una lunga e tenera carezza a tutti quelli che sono chiamati a occupare i posti lasciati vuoti dagli Dei, a sostituire i fuoriclasse e persino a non farceli rimpiangere, pure se molto bravi. Non credo avremo difficoltà a ricordare Pjanic positivamente, d’altronde la sua carriera e la bacheca dei trofei, ossia la presunzione scesa sulla terra e fattasi carne, parlano abbastanza chiaro, così come non credo che saremo in grado di negare che, se di quelli come Pirlo non ci stanchiamo mai, di quelli come Pjanic, bravi come solo sanno essere gli umani, e ciò pieni zeppi di idiosincrasie, presto o tardi ci stufiamo.

Il più grande regalo che possiamo fargli, quindi, è ricordarlo per quello che è stato, e cioè Miralem Pjanic, e non per quello che non è stato, un Pirlo a metà con un altro nome, e che probabilmente non sarà mai. Magari finalmente disimpareremo a cercare come degli ossessi gli eredi di e inizieremo a focalizzarci sull’unicità di ogni giocatore, nel bene e nel male.

Ricordiamoci di Pjanic per i suoi pregi, tanti, e per i suoi difetti, tantissimi. Anche perché, parliamoci chiaro, Pjanic non sarebbe Pjanic senza quell’indolenza tutta sua, senza quella volontà di sbattersi il meno possibile, senza quelle giocate che fanno cadere nel dimenticatoio ogni fesseria o svogliatezza pregressa. Probabilmente sarebbe un altro giocatore e noi un’altra squadra.

Ora ci aspettano due mesi di separazione in casa con il pensiero fisso di un altro inizio nella testa per entrambi e un grattacapo mi aleggia dentro la scatola cranica: la passione è proprio finita o ci sarà spazio per gli ultimi fuochi?


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