Se Pjanic diventa un Pirlo 2.0

di Davide Rovati |

Aveva ragione Luca Momblano quando diceva che non bisogna più guardare al centrocampo per “misurare” la forza di questa Juve. Dev’essere stata la stessa conclusione a cui è giunto Massimiliano Allegri, dopo cinque mesi in cui ha provato in tutti i modi a presentare una mediana a tre o addirittura a quattro.

Gli incastri non hanno funzionato, o meglio non ci avrebbero portato da nessuna parte ad altissimi livelli: questione di assemblaggio, ma anche di valori assoluti. Perché rinunciare ai due uomini per fascia, avendo questi uomini in fascia, se poi dalle mezzali non arriva il contributo che ti aspetti?

E allora Max, di punto in bianco, ha deciso di sposare una soluzione tattica che non aveva mai fatto sua in pianta stabile, la coppia di centrocampo. In fase difensiva già la Juve 14-15 si schierava 442, ma Pirlo-Vidal non era una coppia vera e propria: troppo asimmetrici i compiti, troppo atomizzato il cileno, in quel ruolo da battitore libero, per ragionare allo stesso tempo con la propria testa e con quella di un compagno.

La scelta della coppia per questa Juventus è invece una scelta sistematica, che ridefinisce in modo inequivocabile i compiti del centrocampo. Non più motore atletico e muscolare, collante fluido per compattare la squadra in ogni fase. La mediana è diventata una sorta di centro direzionale, un luogo di filtro tattico e smistamento palloni.

Ad Allegri serviva innanzitutto intelligenza e in tal senso ha puntato sugli uomini più logici. Già a gennaio scrivevo, parlando di Marchisio, che la scelta della coppia Pjanic-Khedira era una scelta forte, netta da parte di Allegri. Era evidente che ci avrebbe puntato molto e che la ritenesse la combinazione migliore per fosforo e sagacia (senza nulla togliere al povero Claudio, al quale non auguro nessun’altra tribuna di Champions).

E così, partita dopo partita, Pjanic-Khedira hanno imparato a muoversi uno in funzione dell’altro, affinando un’intesa che era sembrata subito promettente. Hanno alzato il livello e sono diventati un fattore insieme, tant’è che basta toglierne uno solo per depotenziare l’intero reparto.

Se analizziamo individualmente le storie dei due componenti di questa cerniera ci rendiamo conto però che i punti di partenza sono davvero diversi, come forse saranno diversi anche i punti di approdo. Khedira è un giocatore rigenerato perché è nel suo habitat. Ha passato l’intera carriera a sentirsi e pensarsi complementare a un compagno con doti di regia.

A Pjanic invece abbiamo chiesto un cambiamento contestuale a un salto di qualità. Zona di campo quasi inedita, porzioni enormi da gestire, con le gambe e con lo sguardo, ma soprattutto un livello di attenzione e concentrazione da mantenere costante, senza pause, senza uscire dalle partite.

La risposta del bosniaco, sin da subito positiva, è diventata quasi clamorosa nel doppio confronto con il Barça. Pjanic ha offerto 180 minuti impressionanti per continuità e personalità in tutte e due le fasi.

Ha gestito il possesso con tranquillità, ha fornito sempre un appoggio centrale quando scivolavamo in fascia, sbagliando poco o nulla tecnicamente; ha gestito i ritmi a seconda del contesto: vivace in casa, moderato al ritorno, senza farsi prendere dalla frenesia. Ha schermato la difesa con la lucidità di un veterano, intercettando una quantità mostruosa di palloni e rimediando anche a qualche piccola sbavatura dell’alter ego tedesco.

A voi questo Pjanic così centrale ha ricordato qualcuno? Difficile trovare antecedenti diretti nella nostra storia recente, però qualcosa mi ha fatto pensare a Pirlo.

Le zolle calpestate, il piede delicatissimo, la personalità nel farsi dare la palla, ma anche l’intelligenza per sporcare le linee di passaggio avversarie e il senso di responsabilità nel presidiare la zona nevralgica davanti alla linea difensiva: elementi di una suggestione che può stare in piedi a patto di ricordarsi che questa Juve ha cambiato genoma rispetto alla Juve che Pirlo prese in mano sei stagioni fa. Meno possesso, meno dominio territoriale, meno combinazioni di difficile esecuzione, più qualità, più libertà nello scaglionamento, più soluzioni estemporanee.

Pjanic può essere quindi un Pirlo 2.0, evoluto di pari passo con il cambiamento di pelle della squadra. Per ora, appunto, solo una suggestione, ma mi auguro di riparlarne alla prossima punizione decisiva…